domenica 11 gennaio 2026

La NATO in Jugoslavia. Dalla guerra al colpo di stato





 Dai bombardamenti NATO al colpo di stato: il lungo assedio alla Jugoslavia.

La guerra del '99 non fermò Milošević. Così, l'Occidente passò alla "fase due": una guerra ibrida per il cambio di regime.

Attraverso documenti e dichiarazioni, Alexander Höbel traccia la rotta: dal piano USA del 1984 per smembrare la Jugoslavia, alle "riforme shock" degli anni '90, fino all'assalto finale al Parlamento di Belgrado nel 2000.







In memoria di Stefan Ivanović





 

Il silenzio era assordante.

Stefan Ivanović è stato sepolto nella sua città natale, Jajčić, vicino a Ljig. Attorno alla sua bara, solo lacrime, sguardi persi, incredulità. Chi riusciva a dire qualcosa ripeteva sottovoce la stessa frase: era un ragazzo esemplare, lavorava duramente per guadagnarsi da vivere… ed è tornato a casa in una bara.

I suoi genitori osservavano in silenzio la dimora eterna del figlio. Nessun grido. Nessuna rabbia. Solo un dolore composto, profondo, che non ha bisogno di parole. Chi conosce la famiglia lo dice senza esitazione: possono essere orgogliosi. Perché hanno cresciuto un uomo che, nel momento più buio, ha scelto di essere luce.

Stefan aveva 31 anni. Viveva in Svizzera da vent’anni, aveva preso la cittadinanza, quella era la sua casa. Lavorava come guardia giurata, faceva sacrifici, come tanti. Nessuno immaginava che il suo nome sarebbe diventato sinonimo di coraggio.

La notte di Capodanno, nel bar Le Constellation di Crans-Montana, una festa si è trasformata in un inferno. Fiamme, fumo, panico. In quei secondi in cui l’istinto ti dice di scappare, Stefan ha fatto una scelta diversa.

Avrebbe potuto salvarsi.
Avrebbe potuto uscire.
Non lo ha fatto.

Ha iniziato a spingere fuori le persone, una dopo l’altra. Volti sconosciuti, vite che non conosceva, ma che sentiva di dover proteggere. Poi è tornato indietro, nel cuore delle fiamme, perché sapeva che qualcuno era ancora lì dentro. Non ha esitato. Non ha calcolato il rischio. Ha fatto ciò che sentiva giusto.

Grazie al suo coraggio, delle vite sono state salvate. Ma il prezzo è stato il più alto possibile. Stefan non ce l’ha fatta.

Fino all’ultimo, la sua famiglia ha sperato. Il suo telefono continuava a squillare. Quel segnale acceso era una piccola luce nel buio, un filo sottile a cui aggrapparsi. Ma questa volta la speranza non è bastata.

Una donna sopravvissuta all’incendio ha raccontato che Stefan non ha esitato nemmeno un secondo a mettersi in pericolo per proteggere gli altri. Lo ha descritto come un uomo di straordinaria umanità. E forse è proprio questo che lascia senza parole: sapere che, nel caos totale, qualcuno ha scelto di essere umano fino in fondo.

Nel comune di Ljig, il 10 gennaio è stato dichiarato giorno di lutto. Un’intera comunità si è fermata per ricordare un figlio, un fratello, un uomo.

Perché non tutti gli eroi indossano una divisa scintillante. Alcuni lavorano di notte. Alcuni fanno semplicemente il loro dovere. Alcuni entrano nel fuoco per salvare sconosciuti.

Stefan Ivanović è uno di questi.
Un eroe di Crans-Montana.
Un eroe vero.

Riposa in pace, Stefan.
Grazie per il tuo coraggio.
Grazie per aver scelto gli altri. 



giovedì 8 gennaio 2026

BOSNIA ERZEGOVINA, UNA CHIMERA





BOSNIA-ERZEGOVINA: UNA CHIMERA

Seminario, proiezioni e immagini a 30 anni dagli Accordi di Dayton
IL PROGRAMMA
ore 9:30 Apertura esposizione MOSTRA fotografica sul genocidio ustascia ai danni della popolazione della Kozara
in occasione della Giornata della Memoria e per contestualizzare la questione bosniaca e jugoslava
selezione di pannelli dalla mostra “Jasenovac (1941-1945) - Erano solo bambini”
del Museo delle vittime del genocidio di Belgrado (edizione italiana a cura di Andrea Catone / Associazione Most za Beograd, Bari 2007)
ore 10:00 PROIEZIONI
stralci di rari video originali – alcuni sottotitolati in italiano o inglese – su: la campagna mediatica sui "campi di concentramento", i bombardamenti della NATO contro i serbi di Bosnia, Srebrenica, i serbi di Sarajevo
ore 11:00 Apertura del SEMINARIO
Andrea MARTOCCHIA (Jugocoord): Introduzione. Smembramento della Jugoslavia e secessione bosniaca
Jean TOSCHI Marazzani Visconti (giornalista e saggista): L'islamismo nel calderone bosniaco e gli incendiari esterni
Stefan KARGANOVIĆ (Srebrenica Historical Project): Srebrenica e la sua eredità tossica
Chiara NALLI (esperta di geopolitica e politica serba): La Repubblica serba di Bosnia e il "mondo serbo" nel contesto attuale
A seguire: interventi dal pubblico
Organizza: Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ETS
Bologna, sabato 17 gennaio 2025
ore 9:30–13:00 presso il centro culturale Costarena, Via Azzo Gardino 48 



giovedì 1 gennaio 2026

JUGOSLAVIA, IL PAESE CHE NON C'E' PIU'





Oggi è il primo gennaio 2026 e l'anno si apre con una strage ucraina di civili russi

Un missile su un hotel, 24 morti e decine e decine di feriti 

Per ricordare l'atrocità della guerra e chiedere al nostro governo di non mandare armi a chi uccide i civili, ricordiamo il magnifico Giacomo Scotti e un pensiero va al mitico Andrea Rocchelli, morto ammazzato proprio perchè diceva la verità 

Jugoslavia, il paese che non c’è più Viaggi, incontri e scoperte nei Balcani occidentali 

Omicidio di Andrea Rocchelli 



mercoledì 17 dicembre 2025

Putin sui 78 giorni di bombe NATO





 Il Presidente russo Vladimir Putin, durante una riunione allargata del Collegio del Ministero della Difesa russo, ha dichiarato che l'Occidente collettivo "non si preoccupava affatto della Carta delle Nazioni Unite" quando ha bombardato la Jugoslavia.

"Gli eventi in Jugoslavia, che cos'erano? Dov'era la Carta delle Nazioni Unite? Ne abbiamo parlato molte volte, ma è un fatto: hanno semplicemente fatto ciò che ritenevano necessario. Sono riusciti a creare la situazione, ma a far votare – beh, non ci sono riusciti... E non gli è importato niente. Uso diretto delle forze armate... E alla fine hanno fatto a pezzi la Jugoslavia, e hanno fatto a pezzi i serbi. Hanno diviso un popolo tra diversi stati e basta", ha detto Putin.


giovedì 11 dicembre 2025

lunedì 10 novembre 2025

Ron Holsey - "Srpkinja"

 








Diž se Tito - Despacito Balkan Parody

 Torna Tito! - Fossi pazzo 





1993. I croati distruggono il ponte di Mostar





 Il 9 novembre 1993, le formazioni armate croate distrussero il Vecchio Ponte a Mostar, simbolo della città sul fiume Neretva e monumento del patrimonio culturale e storico della Bosnia ed Erzegovina. I colpi di artiglieria dei militari croati non distrussero solo il leggendario ponte, ma danneggiarono l'intero centro storico della città, inclusi diverse antiche moschee, madrasse e l'unico hammam dell'Erzegovina.

Il reportage di «Balkanista» da Mostar può essere visto al link:



Anche Franjo Tudjman è stato riconosciuto criminale di guerra



Come i croati reclutavano i mercenari nelle guerre fratricide






 Franjo Tudjman e Gojko Susak, per quanto riguarda il territorio della Repubblica della Croazia, avevano, in importanti punti strategici di questo paese, quattro eccellenti sceriffi di guerra che godevano del tacito consenso del regime per l’eliminazione della popolazione etnicamente impura, e per il t[]ismo di strada della popolazione di nazionalità dominante. Tutti e quattro – in modo più o meno stabile – erano integrati nei meccanismi ufficiali dello stato, cosa che per uno di loro è ancora valida.

Tihomir Oreskovic, che era ritornato in Croazia all’inizio degli anni novanta, durante la guerra è stato il signore incontestato di Gospic, nonostante avesse una funzione relativamente poco stimata come segretario dello Stato maggiore di crisi per la Lika. Il potere di Oreskovic proveniva dal suo legame con Gojko Susak, l’ex ministro croato della difesa, e coi più eminenti membri dell’apparato di spionaggio militare vicini a Susak: si tratta, dunque, di membri del SIS che erano reclutati fra i membri e i simpatizzanti del Movimento per la costruzione dello stato croato con a capo Nikola Stedul. Proprio grazie alla potente protezione militare e di spionaggio, il colonnello Oreskovic è rimasto intoccabile fino alla fine del 2000, quando contro lui, e altri quattro suoi compagni di crimine, a Rijeka, è stato istruito il processo per partecipazione alla uccisione dei civili serbi a Gospic nell’ottobre del 1991. E’ stato condannato a quindici anni di galera, e l’ultima informazione che è stata pubblicata sul suo conto, diceva che è uno degli autori più proficui di "Lepoglavski vjesnik", il bollettino del famoso penitenziario di Zagorje, del quale, poco tempo fa, è uscito il secondo numero.

Gli altri tre – Tomislav Mercep, Branimir Glavas e Djuro Brodarac – non hanno ancora avuto l’occasione di dimostrare il proprio potenziale letterario, e non si sa nemmeno se mai succederà. Mercep nel 1990 e nella prima metà del 1991 è stato per Vukovar quello che per Osijek, nello stesso periodo, è stato Glavas – cioè, il segretario per la difesa popolare – e in entrambe queste città succedevano più o meno le stesse cose: i civili serbi venivano uccisi in massa e i loro corpi venivano buttati nella Drava e nel Danubio. A differenza di Glavas, il Napoleone di Vukovar – che dopo essere uscito dalla città assediata, si è ornato della funzione di consigliere speciale del ministro degli affari interni – non ha limitato la sua attività soltanto alla regione prescritta, ma è stato a capo dell’unità che spesso veniva nominata unità della para polizia e che seminava morte fra i serbi a Zagabria, a Pakracka poljana, a Gospic e a Karlobag.

Tomislav Mercep, candidato alle elezioni presidenziali nel 2000, momentaneamente guida una delle innumerevoli associazioni di volontariato, si occupa in piccolo di imprenditoria privata e aspetta che il tribunale dell’Aia invii al potere giudiziario della Croazia i documenti d’indagine sulle sue malefatte di guerra, per poter avviare in Croazia il processo contro di lui. Branimir Glavas, che nel mese di maggio si è separato dal HDZ e ha fondato una sua iniziativa semi regionale, con impazienza aspetta che il principale procuratore di stato, Mladen Bajic, finalmente prenda il coraggio e proponga di iniziare l’indagine sulla sua, di Glavas, partecipazione negli omicidi di varie decine di civili di Osjek di nazionalità serba. Le aspettative di Djuro Brodarac, capo di guerra della polizia di Sisak, sono orientate alla speranza che venga dimenticato il suo decisivo ruolo nella eliminazione di più di cento Serbi di Sisak, ma anche lui potrebbe essere sorpreso dal contenuto del pacchetto che presto l’Aia invierà agli organi giudiziari croati: fino ad allora riceverà lo stipendio come consigliere speciale del primo ministro per lo sminamento.

I tre sceriffi di guerra più noti e più importanti fra i Croati della Bosnia ed Erzegovina – Mladen Naletilic Tuta, Vinko Martinovic Stela e Ivica Rajic – oggi risiedono nel carcere dell’Aia. Mladen Naletilic Tuta, auto-proclamatosi generale del Consiglio croato della difesa e comandante della decantata "Kaznenicka bojna" di Siroki Brijeg, davanti al tribunale dell’Aia – nel processo di primo grado – è stato condannato a venti anni di carcere per partecipazione attiva nella pulizia etnica dei Bosgnacchi dell’Erzegovina. Emigrato del periodo prima della guerra che si muoveva negli ambiti di spionaggio – azzardo – della sinistra della Germania e della Svizzera, il suo ruolo di signore onnipotente dell’Erzegovina occidentale, che non disdegnava la sanguinosa resa dei conti neanche con i Croati che non riconoscevano la sua autorità, l’ha avuto grazie all’amicizia e all’origine comune con Gojko Susak, ma la sua macchina iniziò ad andare in discesa quando Susak, su insistenza di Klaus Kinkel e di Franjo Tudjman, dovette rinunciare.

Gli sceriffi delle guerre jugoslave  


Il reclutamento dei mercenari italiani nella guerra croata 

TG 2 Pegaso  


Sono stato Dio in Bosnia 

Roberto delle Fave mercenario al soldo dei croati 

La folle vita di Roberto delle Fave   


Ex fotografo, combatté per soldi prima per i croati, poi per i bosniaci musulmani. Raccontava di aver ucciso almeno 297 persone, compresi alcuni bambini. Non ci sono però riscontri ufficiali





sabato 1 novembre 2025

La Russia sulle lotte serbe di fronte all’aggressione del Kosovo




 La Russia sulle lotte serbe di fronte all’aggressione del Kosovo e alla complicità occidentale

[originale con DOPPIAGGIO AUTOMATICO] (Freelensia, 23 ott 2025)
Durante la riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Kosovo, il rappresentante permanente della Russia, Vasily Nebenzya, ha criticato aspramente le azioni aggressive di Pristina contro la comunità serba e la continua indulgenza dell’Occidente verso tali comportamenti. Ha avvertito che le politiche del Kosovo, sostenute dalle potenze occidentali, stanno aggravando la crisi, minando la Risoluzione 1244 e minacciando la stabilità regionale.
Nebenzya ha evidenziato l’erosione dei diritti dei serbi nel nord del Kosovo, la creazione di un cosiddetto “esercito del Kosovo” e i tentativi di sopprimere la rappresentanza politica serba. Mosca ha ribadito il suo invito al rispetto rigoroso del diritto internazionale e il sostegno a una soluzione pacifica e reciprocamente accettabile basata sulla sovranità della Serbia e sulla Risoluzione 1244 delle Nazioni Unite.
È possibile selezionare le lingue dei sottotitoli preferite nelle impostazioni di YouTube.



Stellantis, operaio di Melfi in Serbia per la Fiat

 


Un operaio italiano di Stellantis in trasferta a Kragujevac racconta a Milano Finanza la sua esperienza. Messo in cassa integrazione dallo stabilimento di Melfi, ha accettato la proposta di partire per andare a produrre il nuovo modello Fiat. Ecco che cosa ha trovato







venerdì 17 ottobre 2025

Pozabjieni. I dimenticati del campo 65

 





Avranno luogo in Puglia tra pochi giorni ben quattro appuntamenti in cui sarà approfondito il tema della presenza di migliaia di combattenti jugoslavi nelle basi istituite su quel territorio nel 1943-1945. Tra i relatori anche esponenti di Jugocoord.

Negli stessi giorni sarà in visita in quei luoghi una folta delegazione di antifascisti dalle repubbliche jugoslave. Un resoconto delle iniziative sarà da noi pubblicato successivamente.
Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ETS




sabato 11 ottobre 2025

COMPLIMENTI ERIC GOBETTI!

 




A settembre in Montenegro ho ricevuto questa onorificenza per il mio impegno nella divulgazione della storia della resistenza italiana in Jugoslavia. Sono soddisfazioni. E chi non capisce la poesia, non si merita premi così speciali

Eric Gobetti


sabato 4 ottobre 2025

BOMBE NATO SULLA SERBIA

 





Questo è un elenco di fatti significativi databili, come tale non deve essere considerato completo (nota che Italia e Serbia hanno lo stesso fuso orario).

Le cifre dei morti e feriti sono basate su rapporti delle autorità serbe dell'epoca. Va notato che in diversi casi sono state confermate nella sostanza tramite testimonianze della stampa, anche internazionale, e da rapporti della Croce Rossa.

  • 24 marzo 1999 iniziano le operazioni aeree contro la Serbia:
    • dalla mattina si riduce l'attività di volo di routine sui cieli dell'Adriatico;
    • ore 16:00 circa, iniziano i primi decolli di aerei di supporto (tanker, AWACS, postazioni di comando volanti, ecc);
    • ore 17:50 circa, iniziano i decolli serrati degli aerei d'attacco, alle 20:00 l'operazione sarà completamente avviata;
  • 25 marzo, ore 02:00 iniziano le incursioni all'interno della Serbia, gli attacchi della prima notte si concentrano su postazioni SAM e aeroporti in Kosovo e nei dintorni di Belgrado, vengono impiegati anche i missili da crociera;
  • 26 marzo, inizia l'afflusso dei primi profughi kosovari presso le frontiere albanese e macedone, la NATO individua alcune aree all'interno delle quali viene effettuata una "pulizia etnica";
  • 27 marzo, ore 20:45, un F-117 statunitense viene abbattuto a circa 28 miglia da Belgrado, il pilota è recuperato incolume tre ore dopo;
  • 31 marzo, tre soldati statunitensi della Joint Guarantor in Macedonia vengono catturati e portati prigionieri a Belgrado;
  • 5 aprile, una bomba da 250 kg cade in un'area abitata, diciassette morti;
  • 12 aprile, un ponte viene bombardato mentre vi transita un treno, cinquantacinque morti;
  • 13 aprile, intensificazione delle operazioni sul Kosovo:
    • l'esercito serbo colpisce con artiglieria un villaggio di frontiera albanese;
  • 14 aprile, circa settantacinque civili kosovari vengono uccisi per errore da aerei NATO;
  • 21 aprile e seguenti, le operazioni aeree s'intensificano nella capitale serba, viene bombardato con bombe incendiarie il quartier generale del Partito Socialista Jugoslavo;
  • 23 aprile, alcuni missili colpiscono la torre della televisione pubblica serba, causando sedici morti;
    • lo stesso giorno viene respinta una prima offerta di tregua da parte di Milošević;
  • 30 aprile, il bombardamento del ponte della piccola città di Murino, in Montenegro, causa la morte di sei persone, di cui tre bambini, e otto feriti;
  • 1º maggio, quarantasette civili vengono uccisi nel loro bus centrato mentre attraversava un ponte sotto bombardamento, questo è il secondo incidente di questo tipo;
    • il giorno successivo i tre soldati statunitensi vengono rilasciati come segno di buona volontà al reverendo Jesse Jackson;
  • 7 maggio, un errore durante un bombardamento nelle vicinanze di Nis (nel sud) causa la morte di quindici uomini e circa settanta feriti;
  • 8 maggio, l'ambasciata cinese a Belgrado viene colpita per un probabile errore di intelligence causando tre morti e un forte incidente internazionale;
  • 13 maggio, dopo un apparente ritiro serbo dal Kosovo, e il ricorso della Serbia contro la NATO per genocidio presso il Tribunale Internazionale dell'Aia (rigettato il 2 giugno):
    • circa sessanta morti e ottanta feriti causati dalla NATO contro un villaggio kosovaro, Korisa; la NATO accusa i serbi di aver usato i civili come scudi umani;
  • 21 maggio, circa cento carcerati muoiono durante il bombardamento di un carcere a Pristina;
  • 22 maggio, sette guerriglieri dell'UCK rimangono uccisi per un errore della NATO, altri quindici feriti;
  • 27 maggio, Milošević e alti ufficiali vengono indagati per crimini di guerra presso il Tribunale Internazionale dell'Aia;
  • 30 maggio, durante un bombardamento di un ponte autostradale, rimangono uccise undici persone che lo stavano attraversando;
  • 31 maggio, due stragi di civili:
    • venti persone rimangono uccise in un ospedale a Surdulica, nel sud; la NATO nega ogni responsabilità;
    • una bomba Nato colpisce il villaggio di Novi Pazar, causando ventitré morti;
  • 1º giugno, Milošević accetta le decisioni del G8, si inizia a pianificare una missione di pace in Kosovo;
  • 9 giugno, lo Stato Maggiore serbo firma con la NATO l'accordo di Kumanovo sul ritiro dal Kosovo;
  • 10 giugno, dopo 78 giorni di bombardamenti, le missioni di attacco sono sospese.



domenica 28 settembre 2025

Ricatto alla Serbia, tra Pristina e Kragujevac





La partita balcanica in questo periodo, letta con calma, suggerisce una sorta di conto finale presentato alla Serbia sconfitta, con risarcimento di consolazione per cercare di tenersela amica. Dare-avere. Ti porto definitivamente via il Kosovo e i suoi monasteri ortodossi, salvo qualche territorio marginale da contrattare, e ti risarcisco con la nuova produzione della monovolume Fiat nell'affamata Kragujevac. Che il conto auto lo paghi la banca europea e la stessa Serbia, oltre ai lavoratori di Mirafiori o di Pomigliano, è un dettaglio. Come è rimasto dettaglio per 10 anni il numero di operai della Zastava uccisi dai bombardamenti Nato del 1999. Il Kosovo indipendente albanese è volontà americana con avallo complice di parte europea. La delocalizzazione Fiat in Serbia è puro e semplice ricatto antisindacale, ma, data l'attuale dimensione Fiat, anche questo è messaggio planetario. Cuochi diversi ma sempre la stessa frittata. Fatto a pezzi il diritto internazionale consolidato da parte dalla Corte di giustizia internazionale che si inchina al fatto compiuto. Frittata nelle conseguenze secessioniste che troveranno legittimazione in tutto il mondo, frittata industriale nel delicato rapporto tra impresa e lavoratori che colpisce l'Italia ma che punta ad educare quello che resta del mondo operaio nell'occidentale dei diritti sindacali.

Il Kosovo etnico albanese secessionista, riconosciuto indipendente da un terzo soltanto del Paesi Onu, diventa di colpo uno Stato «indipendente, democratico, unito e multietnico». Parola del vicepresidente Usa Joe Biden, con la benedizione a seguire della Corte internazionale. Audace piroetta sui confini labili tra diritto e politica. Vince la logica della realpolitik definita sempre dal più forte. La giravolta della Corte Internazionale riporta alla memoria l'altro miracolo imposto da oltreoceano a metà del 1998, otto mesi prima delle bombe umanitarie della Nato sulla Jugoslavia. Sino a maggio gli episodi di violenza contro il governo di Belgrado era condotti dall'organizzazione «terrorristica» dell'Uck: parola dell'allora inviato Usa per i Balcani Christopher Hill. A giugno, magia d'estate nella caricatura del famoso «contrordine compagni», i «terroristi» si trasformano prima in «ribelli» e poi in «partigiani». Sempre per indicazione atlantica. Cosa sia accaduto prima, durante e dopo i tre mesi di bombardamenti è materia di verità ufficiali taroccate e di verità scomode mai svelate compiutamente.
In un parere giuridico contrastato al suo interno, la Corte internazionale afferma che la secessione proclamata da Pristina il 17 febbraio del 2008 è coerente con la risoluzione 1244 delle Nazioni Unite. Perché, ovviamente, il Consiglio di Sicurezza s'era ben guardato dall'usare la parola «secessione», anche solo per vietarla. Cosa sia il Kosovo, nonostante le cronache inesistenti, è cosa nota. Forti ingerenze criminali all'interno stesso dello Stato, criminali di guerra non perseguiti, forte caratterizzazione etnica anti-serba, forma della democrazia dai risultati molti incerti, unità territoriale di fatto inesistente. Lo documentano i ripetuti documenti riservati dei militari Unmik e dei civili di Eulex. Lamberto Zannier, rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Kosovo avverte. «C'è sempre il rischio che una scintilla possa innescare un processo di crisi sul terreno, difficilmente gestibile da parte della comunità internazionale». Traduzione dalla prudenza diplomatica. La sentenza della Corte aumenterà certamente le tensioni interetniche e la comunità internazionale, in via di smobilitazione, non sarebbe in grado di gestirle.
Le cronache più attente accennano ora al timore di contagio sui movimenti separatisti diffusi nel mondo. Leggo di baschi, corsi, ceceni, abkazi. Elenco con lo sconto. Solo per la nostra autoreferenziale Europa, mi verrebbe da pensare, oltre che a Spagna, Francia e Russia, al Belgio di fiamminghi e valloni, agli ungheresi e ai rumeni mischiati tra loro dai confini di Yalta, alle minoranze russofone nei Paesi baltici, all'Ucraina. A lavorarci un po' sopra, ne verrebbe fuori una lista da capogiro. Poi ci sono, ignorati come sempre, gli stessi Balcani. La Bosnia multietnica imposta dal cessate il fuoco di Dayton. Altra politica internazionale allora, quando i confini nazionali preesistenti erano considerato intangibili. Dopo il Kosovo non più. Si agitano i serbo-bosniaci di Banja Luka che a Sarajevo preferirebbero Belgrado. Sono inquieti i croati erzegovesi di Mostar. Si agitano e spesso sparano gli albanesi del nord Macedonia che, col loro 25% di popolazione, controllano di fatto tutto il territorio ai confini col Kosovo e con l'Albania. Inquietudini albanesi anche nelle vallate serbe di Presevo e Bujanovac e lungo la sponda montenegrina tra Dulcigno e il lago di Scutari.
Problemi vecchi e noti, tenuti in sonno con la vaga promessa di un futuro Eldorado nell'Unione europea senza frontiere. Frottole ormai trasparenti. Al massimo un visto di libera circolazione Schengen, qualche privilegio commerciale, qualche delocalizzazione industriale nell'interesse dell'imprenditoria comunitaria in cerca di sconti sul costo del lavoro e sui diritti sindacali. Di allargamento prossimo futuro, fatta forse eccezione per la Croazia, non se ne parlerà per un bel pezzo. Con un nuovo e intraprendente protagonista che si affaccia sull'area. La Turchia che, snobbata dall'Unione, torna con credibilità politica e forza economica nei Balcani delle sue memorie imperiali ottomane. Bastava essere l'11 luglio a Srebrenica, in Bosnia, nella ricorrenza del massacro. Onu, Stati Uniti e Ue assenti. L'impressione è quella di politici occidentali che si credono statisti, pensando forse di potersi scegliere l'islam più rassicurante da avere in casa. Fuori dalla porta però. Di una diplomazia europea che crede di condurre una gigantesca partita a Risiko. Salvo accorgersi presto, temo, che era stato loro concesso soltanto il gioco dell'oca.
Ennio Remondino 




La NATO in Jugoslavia. Dalla guerra al colpo di stato

  Dai bombardamenti NATO al colpo di stato: il lungo assedio alla Jugoslavia. La guerra del '99 non fermò Milošević. Così, l'Occiden...