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martedì 23 aprile 2024

Novak Djokovic e' il miglior atleta dell'anno



 

Novak Djokovic è stato premiato ai Laureus world sport awards come il miglior sportivo della passata stagione 

E' la quinta volta che riceve questo premio 

Nole miglior atleta!


martedì 19 dicembre 2023

Pokisli heroji se vraćaju kući





 Gli eroi rientrano a casa zuppi

di Vladimir Kapuralin, 12.12.2023.
La cortesia verso questi delinquenti detenuti non dovrebbe sorprendere, se pensiamo a come sono stati accolti in pompa magna i condannati croati per crimini di guerra dopo aver scontato la pena presso la Corte internazionale
Domenica 10 dicembre è arrivato all'aeroporto di Zagabria il primo gruppo di teppisti croati, i cosiddetti bad blue boys, rilasciati sulla parola dalla detenzione cautelare greca, 102 in totale.
Questo gruppo di cosiddetti tifosi, e di fatto distruttori, violatori delle norme sociali, l'estate scorsa si erano recati in Grecia di comune accordo e di proposito, quindi intenzionalmente, per partecipare durante e dopo la partita AEK – Dinamo Zagabria ai disordini di piazza e scontri con gruppi rivali di simile mentalità.
In quell’occasione, nel tumulto generale, venne ucciso un giovane greco. Indipendentemente dal fatto che l’indagine non abbia ancora stabilito con certezza chi sia stato l’autore del reato, il fatto è che tutti coloro che hanno partecipato ai disordini e alla confusione generale hanno contribuito a creare l'atmosfera che ha provocato la perdita di una giovane vita umana. Di conseguenza, considerato che l'omicidio è un reato grave, sono complici del delitto anche coloro che hanno contribuito a tali esiti.
Durante la permanenza dei teppisti nelle carceri greche la diplomazia croata ha mostrato un dinamismo eccezionale, dando ai facinorosi imprigionati un significato che non meritano. La comunicazione è stata condotta a livello di ministri e primi ministri.
Le autorità si sono recate in Grecia, politici e singoli personaggi ​​hanno fatto a gara chi esprimesse la maggiore attenzione per i detenuti, perché dopotutto si tratta dei "nostri ragazzi", dei "nostri cittadini", dei "croati", dei "nostri..." Nascondendo il fatto che per decisione della UEFA la presenza dei tifosi della Dinamo non era consentita allo stadio di Atene.
I media "MS" hanno riferito i fatti ardentemente, senza chiedersi cosa siano andati lì a fare questi grandi "nostri", se siano stati invitati, se siano andati per affari o per turismo.
La cortesia verso questi delinquenti detenuti non dovrebbe sorprendere, se pensiamo a come sono stati accolti in pompa magna i condannati croati per crimini di guerra dopo aver scontato la pena presso la Corte internazionale.
La politica croata ha mostrato molta meno cortesia quando è stato necessario aiutare i cittadini croati a lasciare una zona ad alto rischio, durante il quotidiano e indiscriminato massacro di bambini, donne e civili in Palestina, davanti agli occhi di tutto il mondo. Non hanno suscitato tanta preoccupazione nemmeno i problemi incontrati da quattro coppie croate che, a causa della mancanza di figli biologici, hanno deciso di adottare quattro bambini provenienti dalle zone a rischio dell' Africa.
Il rientro
L'avventura greca probabilmente non è il primo scontro vissuto dalla maggior parte dei tifosi, e di certo loro non sono gli unici delinquenti dentro e attorno alle partite di calcio – anche questa è diventata una prassi. Sono stati resi tali e sostenuti dalla rapace società capitalista neoliberista, per la quale rappresentano un gradito mezzo per distogliere l’attenzione dai problemi sociali esistenziali.
Il ritorno dei primi gruppi dimostra che l'isolamento durato quattro mesi non ha avuto alcun risultato educativo. Essi non mostrano alcun briciolo di rimorso per le loro malefatte, non nascondono il loro volto, e sono ancora arroganti, insolenti, maleducati, volgari e attaccano verbalmente i rappresentanti dei media nell'adempimento del loro lavoro. Parenti e amici che li hanno accolti si comportano sulla difensiva, senza la minima critica, il che indica che continueranno su questa strada.
Le stesse denominazioni che assumono questi gruppi di tifosi non hanno nulla in comune con il messaggio positivo che lo sport dovrebbe offrire e che i giovani dovrebbero adottare, ovviamente retaggio di un’epoca in cui lo sport non era ancora un’industria in funzione del dominio del capitale. La maggior parte di essi contengono nei loro nomi significati militanti, violenti, distruttivi ed estremi. È diventato normale parlare e scrivere pubblicamente di violenza. Lo conferma l'ultimo annuncio di un accordo tra gruppi di tifosi che propone un reciproco abbandono dell'uso di armi bianche negli scontri futuri, per fare affidamento solo sui propri pugni.
È curioso che l'arrivo all'aeroporto di Zagabria di un gruppo di giovani con comportamenti antisociali, accolti davanti all'edificio con torce accese, possa avvenire senza la presenza della polizia.

giovedì 23 novembre 2023

NOLE NON LO HANNO FERMATO NEMMENO LE BOMBE N.A.T.O.






 “Alfio, vorrei iniziare a studiare per investire nel mercato immobiliare ma non ho tempo, non ho soldi, nessuno mi appoggia..”

Mi verrebbe da rispondervi: “vallo a dire a Djokovic”
Nato tra le piste da sci e cresciuto in un periodo di conflitti, Novak Djokovic ha dovuto affrontare sfide inimmaginabili fin dalla sua giovinezza.
Dall'emigrazione in Germania senza nemmeno una giacca calda da indossare, alle notti passate a nascondersi durante i bombardamenti nella Serbia devastata dalla guerra, la sua vita è stata un viaggio attraverso le avversità.
Ma Djokovic aveva un sogno: il tennis.
Guardando Pete Sampras vincere il torneo di Wimbledon, ha scoperto la passione che lo avrebbe portato alla gloria.
Anche in mezzo alle difficoltà, Djokovic ha coltivato la sua passione.
Nemmeno la guerra lo fermò!
I bombardamenti non lo hanno fermato per un giorno, non hanno mai fermato il suo desiderio di allenarsi e migliorarsi.
“Ascoltavamo la radio al mattino per sapere dove erano previsti i bombardamenti – racconta la sua mentore – e andavamo a giocare da un’altra parte. Se però sentivamo arrivare gli aerei ci nascondevamo dentro il club”.
Perchè vi racconto questa storia?
Perché Djokovic ieri sera ha trionfato in due set, contro il nostro Jannik Sinner, conquistando il settimo titolo alle Atp Finals… nessuno come lui!
La lezione da trarre dalla storia di Novak Djokovic è che la determinazione, la perseveranza e la fede nei propri sogni possono superare qualsiasi ostacolo.
La sua straordinaria carriera nel tennis è un testamento alla capacità di trasformare le sfide in opportunità.

domenica 30 luglio 2023

DUE PESI E DUE MISURE




Quando nel 2008 Milorad Čavić vinse l'oro agli europei di nuoto e sul podio mise la maglietta Kosovo è Serbia, fu squalificato.

Đoković a Rolland Garros quest'anno scrisse sulla telecamera dopo la partita "Kosovo è il cuore della Serbia- stop alle violenze", si alzò un putiferio ma, con oramai il nulla osta per gli atleti ucraini con i messaggi politici in ogni dove, dovettero stare zitti.
Credo che i doppi standard sono semplicemente intollerabili e sotto gli occhi di tutto il mondo.
Accade poi, che se tu Occidente bombardi un paese con le bombe a grappolo e scippi la terra altrui violando il diritto internazionale, non puoi dare lezioni ad altri quando fanno la stessa cosa.
Putin sta facendo esattamente quanto fatto dalla NATO alla Serbia.
Ed io capisco le atlete e gli atleti ucraini.
Ma vale allora per tutti. Restituissero la medaglia a povero Čavić, al quale hanno rovinato la carriera perché il ragazzo non si è più ripreso.
Ai palestinesi permettessero di mettere le magliette in segno di sacrosanta lotta politica.
Purtroppo in Occidente vige quella orwelliana:" tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali d'altri".
Poi si meravigliano quando vedono che i paesi africani si stringono attorno a Putin come fosse la loro guida ideologica e spirituale.




venerdì 16 giugno 2023

NIKOLA JOKIC

 La bambina di 7 mesi ritratta durante la fuga dalla strage croata denominata Tempesta è cresciuta ed è la moglie di Nikola Jokic 

The Joker. Ci voleva un giocatore "normale" ma dal talento straordinario come Nikola Jokic per trascinare Denver alla conquista del primo titolo in NBA. Fosse per lui, se non avesse capitalizzato il talento che ha nelle mani usando la palla a spicchi come una bacchetta magica, oggi sarebbe in fattoria a occuparsi dei cavalli e dei campioni della sua scuderia. Una passione che coltiva da ragazzo, trasmessagli dal padre e alimentata negli anni in cui il "ragazzo di campagna" nemmeno immaginava che sarebbe divenuto una superstar della pallacanestro mondiale.

Lucido, letale, da lui puoi aspettarti che da un momento all'altro t'inventi un trucco di prestigio che è pura illusione, classe e magia, capacità di fare cose difficili nella maniera più semplice e a lui più congeniale. Ecco perché ha il soprannome del cattivo che sfida Batman: ne sa una più del diavolo. O forse il diavolo è proprio lui sotto mentite spoglie e si presenta con una faccia tranquilla. "Non ho mai dato molto peso alle statistiche – ha ammesso di recente -. Provo solo a vincere le partite, non penso ad altro".
Jokic sorride, impugna il trofeo, si gode il momento poi fa come colui che, finito il lavoro, ripone i ferri del mestiere e ha una sola cosa in testa: tornare alla sua magione. Lo dice a caldo al reporter che gli chiede della festa celebrativa per il titolo: "Devo essere a casa entro domenica, ho la mia corsa di cavalli". E quel ragazzo che arrivò ai Nuggets con una ventina di chili di troppo oggi s'è preso il mondo e ha iniziato a farlo roteare sulle dita.
Sport Fanpage

Dopo l'ennesima vittoria di Djokovic nel tennis, l'uomo dei record, colui che doveva essere già morto secondo le virostar, c'è un altro caso nello sport che sta infastidendo qualcuno, trattasi del cestista serbo Nikola Jokic.
Il ragazzo gioca in NBA, la lega americana di basket, il campionato più prestigioso al mondo.
Per chi non lo sapesse l'NBA è ormai da anni un mero veicolo di propaganda, tra arcobaleni lgbt, inginocchiamenti per il black lives matter e sottomissione a qualsiasi idiozia politicamente corretta delle agende mondialiste.
In questo scenario, costoro sono sempre alla ricerca di icone da sfruttare per lanciare modelli della loro becera propaganda.
A loro servono star afroamericane con un passato strappalacrime su cui costruirci sopra tutta la loro propaganda fatta di antirazzismo e inclusività a vanvera, ma di recente gli sta andando male.
C'è questo ragazzo serbo, bianco, con una forma discutibile, lontano dai fisici asciutti e muscolari delle star americane, che sta letteralmente dominando nel campionato più importante del mondo. Un ragazzo su cui gli americani non avevano scommesso una lira, che per caratteristiche tecniche, visione di gioco e intelligenza sta riscrivendo la storia di questo sport.
Ma la cosa divertente è che costui è un vero e proprio cortocircuito nella NBA di oggi, sempre in cerca di figurine preconfezionate da vendere al mondo. Jokic non ha i social perchè "sono una perdita di tempo", odia il formalismo americano, non cerca la luce dei riflettori, dichiara di preferire i suoi cavalli e la sua stalla alla pallacanestro, ignora i premi che gli vengono consegnati, risponde a stento alle domande dei giornalisti.
Nella lega del marketing, dell'immagine e della propaganda mondialista, il volto del campionato è dunque un bianco, serbo, [sovrappeso].
Fermatelo, fermate Nikola, sta rovinando lo show agli americani.
Da Weltanschauung Italia.



lunedì 12 giugno 2023

IL SERBO DJOKOVIC E' IL PIU' GRANDE DI TUTTI I TEMPI

Nole ha vinto il suo 23° slam e quindi noi ci togliamo qualche sassolino dalle scarpe 




Foto di Stay serbian 



"Quando la NATO stava distruggendo il mio paese senza una base giuridica nel 1999. " quando ero un bambino, ho promesso di conquistare questo mondo a modo nostro. Ed eccomi qui oggi. Quella distruzione non ha distrutto me, né il mio popolo. Non siamo spezzati nello spirito. Rimaniamo gioiosi nonostante le avversità. Questa si' che e' una vittoria. Sai, siamo cresciuti in Serbia in condizioni difficili e crudeli. Questo è il fattore più importante che devi conoscere per capire il nostro percorso di vita. Sanzioni, guerra, bombardamenti, crisi economica... A causa di tutto questo ho dovuto perdere molti tornei junior perché i miei genitori non avevano soldi... Ma quelle esperienze ci hanno plasmato. Credo che questo ci faccia apprezzare di più ciò che abbiamo. Siamo partiti dal fondo . Le conseguenze di quel tempo, i guai di quel tempo, sono profondamente radicate in noi"

"Kada je NATO uništavao moju zemlju bez pravnog osnova 1999. godine bio sam dete. Zarekao sam se da ću taj isti svet pobediti na naš način. I evo me danas. To uništavanje me nije uništilo, niti moj narod. Nije nam slomljen duh. I dalje smo radosni uprkos problemima. To je pobeda. Znate, mi smo u Srbiji odrastali u teškim, okrutnim uslovima. To je najvažniji faktor koji morate da znate da biste razumeli naš životni put. Sankcije, rat, bombardovanje, ekonomska kriza... Zbog svega toga sam morao da propustim mnoge juniorske turnire jer moji roditelji nisu imali novca... Ali, ta iskustva su nas oblikovala. Verujem da zbog toga više cenimo ono što imamo. Krenuli smo sa dna. Posledice tog vremena, nevolje tog vremena, duboko su usađene u nas"










lunedì 13 febbraio 2023

L'HAJDUK ERA UNA SQUADRA SERBA

 




Una delle più antiche società di calcio serbe è stata fondata il 13 febbraio 1911 a Spalato. L'Hajduk è stato fondato da un gruppo di studenti serbi di Spalato che stavano studiando a Praga, Repubblica Ceca.

Più tardi, l'Hajduk cambiò il suo nome in NK Hajduk durante il periodo comunista e negli anni novanta si convertì completamente in un club croato cambiando il nome in HNK Hajduk (Croato Football Club Hajduk).
Tratto da Fb. Countries that haven't recognized Kosovo



domenica 29 gennaio 2023

DJOKOVIC E' IL NUM 1 AL MONDO!

 L'anno scorso lo cacciarono per una forma di ritorsione verso chi si rifiutava di eseguire ordini insensati. Quest'anno devono dargli la coppa.

Campione di coraggio e determinazione, prima che di tennis, Nole oggi ha vinto il suo ventiduesimo Slam tornando primo al mondo e riprendendosi quel posto che gli era stato rubato dalla bassezza, dal nazismo, dal pavido conformismo dei suoi ignobili detrattori.
Nole ha rischiato di perdere tutto per affermare principi inviolabili che ci riguardano tutti.
Oggi con lui ha vinto l'Uomo.
Oggi hanno perso gli zombie
Eduardo Ranieri

Tijana Rajković - JEDNA ZEMLJA - JEDAN TIM

Novak Djokovic's message to his fans after 10th Australian Open victory



















venerdì 16 dicembre 2022

Riposa in pace Siniša Mihajlović, grande serbo, grande uomo, grande campione, leggenda nostra



Hvala na svemu, Siniše, i počekaj u miru



"La Serbia senza il Kosovo sarebbe come Roma senza il Colosseo". (S. Mihajlovic). Addio al grande serbo Siniša Mihajlović. La sera avevano giocato tutti a carte e la mattina lo zio croato voleva uccidere suo padre serbo e su tutti i muri c'era la scritta : uccidi il serbo . Guardatevi dagli ustascia croati ... sarebbero capaci di uccidere la loro famiglia come hanno fatto con più di 100 parenti di Tesla.. tutti messi a morte




L’immagine peggiore che hai della guerra?
«Giocavo nella Lazio. Apro Il Messaggero e vedo una foto con due cadaveri. La didascalia diceva: due croati uccisi dai cecchini serbi. Uno aveva una pallottola in fronte. Era un mio caro amico, serbo. Lì ho capito, su di noi hanno raccontato tante cose. Troppe non vere».






Mihajlovic è morto

di Arianna Ravelli - 16 dicembre 2022 - Corriere della Sera
Sinisa Mihajlovic è morto oggi a causa della grave forma di leucemia che lo aveva colpito anni fa. L'allenatore di calcio ed ex calciatore serbo aveva 53 anni. Lascia la moglie Arianna e sei figli, una delle quali gli aveva da poco dato una nipotina.
È luglio, anno 2019, siamo nella sede di Casteldebole, il centro di allenamento del Bologna. Sinisa Mihajlovic qualche giorno prima, quando era ancora in vacanza in Sardegna, ha sentito un dolore all’adduttore, aveva dato la colpa al padel, agli allenamenti tosti a cui si sottoponeva anche a 50 anni, pensava a un’infiammazione.
I medici del Bologna hanno insistito perché facesse degli approfondimenti e gli hanno appena presentato, con mille precauzioni, l’esito: leucemia. Pausa. «Ma con questa leucemia si vive o si muore?», la sua reazione, senza girarci attorno, dritta al punto.
Con questa leucemia, oggi, Sinisa Mihajlovic è morto. Ed è un finale che strazia, dopo tre anni di lotta e di speranza, come in un libro scritto male la fine è arrivata per Natale, adattando Francesco Guccini e la sua storia ambientata sempre a Bologna.
Ma per tre anni Sinisa ha vissuto, ha lottato, allenatore della sua stessa terapia, voleva sapere tutto da medici e infermieri: tre ricoveri e tre cicli di chemio, un trapianto, il ritorno in panchina a tempi record per la prima col Verona, gli occhi infossati, i chili persi, un altro sorriso dell’amatissima moglie Arianna (un colpo di fulmine tanti anni fa a Roma, «chissà che figli bellissimi verrebbero con lei», sono stati cinque: uno più bello dell’altro in effetti), gli allenamenti seguiti sull’iPad, la squadra sotto la finestra dell’ospedale a festeggiare le vittorie (e la sua ironia, graffiante, «non mi fanno uscire perché porta bene, perdete sennò mi tengono qui»), il festival di Sanremo con l’amico Zlatan Ibrahimovic, un esonero discusso, la nascita della nipotina Violante, figlia di Virginia, una ricaduta, altre cure, un altro trapianto.
Vita. Complicata, diversa da quella di prima, ma vita.
Dieci giorni fa Sinisa era comparso a sorpresa a Roma alla presentazione del libro di Zdenek Zeman, due irregolari che si sono sempre piaciuti. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stata la sua ultima uscita pubblica.
Nell’autobiografia scritta con Andrea Di Caro, vicedirettore della Gazzetta dello Sport, Sinisa raccontava che era nato due volte, la prima il 20 febbraio 1969, a Vukovar, ex Jugoslavia, «era un giovedì e non ho pianto. Mi hanno raccontato che avevo già un’arietta da duro, hanno dovuto sculacciarmi tre volte per farmi emettere un urlo».
La seconda il 29 ottobre 2019, all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna, grazie a un ragazzo americano, sconosciuto, che gli aveva donato il midollo osseo. Quella volta, Sinisa pianse eccome: doveva essere l’inizio di un percorso più lungo. Non era la stessa persona. Non era più quello che divideva, del «che c… guardi?» a chi soffermava lo sguardo, che veniva chiamato zingaro negli stadi, era il Sinisa che aveva contagiato tutti con la sua lotta e la sua debolezza, la sua sfida alla malattia «giocata attaccando e pressando alto», un Sinisa che non era abituato a trovare tutto questo consenso, lui che non lo aveva mai cercato.
Nel calcio c’è spazio per un luogo comune alla volta, così per parlare di Mihajlovic non si può non attingere al vocabolario del guerriero, del combattente, perché è così che si cresce a Borovo, con papà Bogdan, camionista, e mamma Viktorija, operaia alla Bata, la fabbrica di scarpe che lo lasciavano a 5 anni a badare al fratello più piccolo Drazen, poi calciando tutto il giorno da una parte all’altra di un enorme campo con due porte senza reti, una banana divisa come il migliore dei regali (tanto che il massimo dei sogni, per il futuro, era «un camion di banane che mi sarei mangiato tutto da solo»), e poi naturalmente la guerra fratricida in casa, le famiglie disgregate, lo zio, croato, fratello della madre, che voleva «scannare come un porco» suo padre, l’amicizia con la Tigre Arkan.
Per uno che ha visto questo, cosa volete che fossero le ansie del pallone? Che siano vincere da calciatore con Stella Rossa (una Champions da ragazzino), Lazio e Inter (due scudetti, 4 Coppe Italia, una Coppa Uefa, una Supercoppa, 28 gol su punizione, tre nella stessa partita), diventare allenatore prima da secondo di Mancini e poi in proprio, Bologna, Catania, Fiorentina, Sampdoria, il salto al Milan, e poi Torino, ancora Bologna.
Di sé stesso in panchina ha sempre rivendicato la capacità di valorizzare i giocatori, lanciare i giovani, far crescere il valore della squadra. «Guardate chi è arrivato dopo di me: ha sempre fatto peggio», ed era vero. Ma Sinisa era anche un uomo spiritoso, capoclan allegro, la musica serba nelle orecchie, che faceva vedere i film ai suoi giocatori, che amava Kennedy e leggeva i libri su Ghandi, che ha ricucito anche i rapporti incrinati dopo gli esoneri «perché non voglio lasciare macerie».
Ne aveva viste abbastanza nella sua vita. Dell’Italia, che considerava casa, diceva che era un Paese «incattivito, senza più solidarietà, come la mia ex Jugoslavia, per fortuna che voi siete tutti cattolici».
Lui aveva scelto tre fotogrammi per sintetizzare la sua vita: «La prima volta che ho visto Arianna; la nascita dei miei figli; la rincorsa, il sinistro e la palla all’incrocio».
Quest’ultima palla è uscita. Quindi Sinisa, con questa leucemia si muore. Ma, un pochino, si vive per sempre.




L'ex calciatore e allenatore, scomparso dopo una battaglia contro la leucemia, nel 1991 aveva lasciato la città croata di Borovo, dov’era cresciuto, a causa del conflitto nella ex Jugoslavia. "Con la guerra non esistevano più i legami familiari: mio cugino voleva buttare una bomba in casa - ha raccontato anni dopo - Io sono nato a Vukovar, i croati erano maggioranza, c’era la caccia al serbo". In Italia "speravo che i miei allenamenti durassero 24 ore perché solo in quei momenti non pensavo ai bombardamenti"





Ma le atrocità commesse?
«Le atrocità? Voi parlate di atrocità, ma non c’eravate. Io sono nato a Vukovar, i croati erano maggioranza, noi serbi minoranza lì. Nel 1991 c’era la caccia al serbo: gente che per anni aveva vissuto insieme da un giorno all’altro si sparava addosso. È come se oggi i bolognesi decidessero di far piazza pulita dei pugliesi che vivono nella loro città. È giusto? Arkan venne a difendere i serbi in Croazia. I suoi crimini di guerra non sono giustificabili, sono orribili, ma cosa c’è di non orribile in una guerra civile?»
Sì, ma i croati…
«Mia madre Viktoria è croata, mio papà serbo. Quando da Vukovar si spostarono a Belgrado, mia mamma chiamò suo fratello, mio zio Ivo, e gli disse: c’è la guerra mettiti in salvo, vieni a casa di Sinisa. Lui rispose: perché hai portato via tuo marito? Quel porco serbo doveva restare qui così lo scannavamo. Il clima era questo. Poi Arkan catturò lo zio Ivo che aveva addosso il mio numero di telefono. Arkan mi chiamò: “C’è uno qui che sostiene di essere tuo zio, lo porto a Belgrado”. Non dissi niente a mia madre, ma gli salvai la vita e lo ospitai per venti giorni».







Faccio ancora fatica a realizzare che sia accaduto.
Ho gli occhi gonfi di lacrime ed un nodo alla gola, neanche fossi mio parente!
Sei uno dei pochi esempi che ho seguito, quell'eroe che nel periodo più difficile è burrascoso come l'adolescenza ha reso più stabile.
Oltre alle ottime doti calcistiche dove ad ogni punizione c'era più probabilità di gioire che altro, il tuo essere orgoglioso delle proprie radici Serbe ti ha messo, spesso, in difficoltà anche con la tua carriera.
Ti hanno sputato tanto veleno addosso come le amicizie con Arkan o malati nazionalismi, ma tu incassavi e rispondevi sul campo.
Sono orgoglioso di te!
sei stato un faro per tutta la comunità Serba in Italia e non solo, diaspora in generale.
Hai difeso, hai fatto goal, hai vinto non solo per te ma anche per noi portando in alto l'identità serba, figli delle bombe non solo di Vukovar, da dove provieni, ma di quel castello di carta che pochi si ricordano, Jugoslavia.
Sono fiero che in questo giorno triste TUTTI ti omaggiano come meriti, GUERRIERO!
Grazie di essere vissuto.
Riposa in pace Siniša
Dalibor




Mi dispiace tantissimo, speravo che saresti riuscito ad allungare per un pò e godere la tua condizione di nonno che tanto ti piaceva. Saresti stato un bravo nonno.
Ci siamo conosciuti nel lontano 1999, da poco finita la guerra.
Con Un Ponte per...abbiamo organizzato un estate nelle famiglie romane per i bambini serbi orfani del Kosovo. Un giorno li abbiamo portati allo Zoo.
Ti abbiamo invitato a venire con noi e passare il pomeriggio firmando le magliette e facendo le foto con i bambini.
I bimbi erano entusiasti, tutti si volevano fotografare, fare le domande, starti vicino, fare due tiri a pallone con te.
Abbiamo mangiato una pizza insieme.
Sicuramente quei bambini ora si ricordano di quella bella giornata di serenità che sei riuscito, assieme a tua moglie, a regalargli.
Sei stato un grande campione ed una brava persona. Riposa in pace, sei da sempre una legenda.
Jasmina






Mihajlovic: «Vi racconto la mia Serbia,
prima bombardata e poi abbandonata».
L'intervento Nato dieci anni fa. Sinisa: dagli americani soltanto morte.
Il 24 marzo 1999 la Nato cominciò i bombardamenti sulla Federazione Jugoslava. Quando l’hai saputo? Dov’eri?
«In ritiro con la nazionale slava. La notte prima ci avvisarono che la guerra sarebbe potuta cominciare. Eravamo al confine con l’Ungheria, la Federazione ci trasferì in fretta a Budapest. La mattina dopo sulla Cnn c’erano già i caccia della Nato che sventravano la Serbia».
Qual è stata la tua prima reazione?
«Ho contattato i miei genitori, stavano a Novi Sad. Li ho fatti trasferire a Budapest, ma papà non voleva. Da lì siamo partiti per Roma (ai tempi giocava nella Lazio, ndr), ma dopo due giorni mio padre Bogdan ha voluto tornare in Serbia. Mi disse: "Sono già scappato una volta da Vukovar a Belgrado durante la guerra civile. Non lo farò ancora, non potrei più guadare i vicini di casa quando i bombardamenti finiranno". Prese mia madre Viktoria e se ne andarono. Ero preocuppato, ma fiero di lui».
Il tuo rapporto con gli americani?
«Non li sopporto. In Jugoslavia hanno lasciato solo morte e distruzione. Hanno bombardato il mio Paese, ci hanno ridotti a nulla. Dopo la Seconda Guerra Mondiale avevano aiutato a ricostruire l’Europa, a noi invece non è arrivato niente: prima hanno devastato e poi ci hanno abbandonati. Bambini e animali per anni sono nati con malformazioni genetiche, tutto per le bombe e l’uranio che ci hanno buttato addosso. Che devo pensare di loro?».
Sei un nazionalista?
I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Andavano a fare spese a Trieste delle volte. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Sono più comunista di tanti. Se nazionalista vuol dire patriota, se significa amare la mia terra e la mia nazione, beh sì lo sono».
È giusta l’indipendenza del Kosovo?
«Il Kosovo è Serbia. Punto. Non si possono cacciare i serbi da casa loro. No, l’indipendenza non è giusta per niente»
Sei ambasciatore Unicef da dieci anni e hai aperto una casa di accoglienza per gli orfani a Novi Sad.
«Sì è vero, ce ne sono 150, ma non ne voglio parlare. So io ciò che faccio per il mio Paese. Una cosa non ho mai fatto, come invece alcuni calciatori croati: mandare soldi per comprare armi».
L’immagine peggiore che hai della guerra?
«Giocavo nella Lazio. Apro Il Messaggero e vedo una foto con due cadaveri. La didascalia diceva: due croati uccisi dai cecchini serbi. Uno aveva una pallottola in fronte. Era un mio caro amico, serbo. Lì ho capito, su di noi hanno raccontato tante cose. Troppe non vere».









Grande emozione per la conferenza stampa in cui ha comunicato di essere affetto da una forma aggressiva di leucemia.
Personaggio scomodo, ruvido, ma conscio del privilegio di far parte di un mondo, il calcio, che consente a certi livelli di non essere afflitti dalle problematiche che rendono difficile, precaria, la vita della stragrande maggioranza delle persone.
Chi voleva, e vuole, offenderlo, lo chiama “zingaro” .
Sinisa Mihailovich è un serbo della ex Jugoslavia, aggredita e devastata nel 1999 per non volersi piegare al “Nuovo ordine mondiale” fiorito con la caduta del muro. Nel decennale di questo crimine perpetrato dalle “grandi democrazie occidentali”, l’ Antidiplomatico intervistò Mihailovich: un’intervista che consiglio di andare a rilegge, o a leggere. Nel delirio di menzogne che promossero e legittimarono i bombardamenti nazisti su Belgrado (con la schifosa partecipazione dell’ Italiozza governata da D’ Alema), Mihailovich visse il dramma che derivava da quello che invece fino ad allora era stato un modello di convivenza interetnica, madre croata e padre serbo. In quel periodo Sinisa giocava nella Lazio ed ebbe modo di constatare da vicino le manipolazioni della stampa: sulla prima pagina del maggior quotidiano romano, Il Messaggero, riconobbe il cadavere di un suo amico serbo con un foro di proiettile in fronte, che il quotidiano presentava come vittima dei “cecchini serbi”. Stesso stravolgimento della realtà a proposito del Kossovo, dove oggetto di pulizia etnica furono, e sono, i serbi; la stessa propaganda che commemora la strage di Srebrenica e tace degli antefatti, delle vessazioni, delle discriminazioni, e della cacciata dei serbo bosniaci (250.000) dalle loro case, dal loro territorio. Sinisa venne infamato come fascista per il suo “elogio” di Arkan, intervenuto a difesa dei cittadini serbi espropriati cacciati, ammazzati. Racconta dell’allucinante telefonata di suo zio croato alla sorella (madre di Sinisa), fuggita col marito (padre di Sinisa). “Perché sei fuggita? Quel porco serbo di tuo marito meritava di essere scannato”.
“Io sono comunista più di tanti altri”, precisa. E ricorda la Jugoslavia vissuta da ragazzo; e ovviamente Tito che era riuscito a creare un miracolo di convivenza pacifica tra molte etnie e uno stato sociale che permetteva a tutti una vita dignitosa.
“Cosa ne pensi degli americani”?
“Cosa posso pensare di criminali che hanno bombardato scuole, ospedali, fabbriche del mio Paese?” 
Lo stesso che degli yankee penso io, caro Zingaro. Anche stavolta ce la farai.

Hasta siempre!!!

Sinisa lo zingaro


Mihajlovic: «Vi racconto la mia Serbia, prima bombardata e poi abbandonata»

«Mi chiamano fascista per la vicenda Arkan, sono più comunista di tanti altri»

Siniša Mihajlović 66 Freekick Goals

"Una morte ingiusta e prematura:" Addio Sinisa #Mihajlovic

E' morto Sinisa Mihajlovic

L’intervista a Sinisa Mihajlovic: il ricordo dei migliori momenti della sua carriera

Sinisa e la malattia. Le parole di Mihajlovic

Ricordando Sinisa Mihajlovic | Serie A TIM | DAZN Italia

I libri di Danilo Crepaldi






Onore a te, alla tua vita da guerriero e alla tua serbita', alla quale non hai mai rinunciato. Mi piaceva paragonarmi a te quando difendevo la Serbia a spada tratta. Dicevo che solo Sinisa e io, non abbiamo mai dimenticato chi siamo e da dove veniamo. Arrivederci mio eroe, chi lascia la scia nel tempo, traccia la via verso altrove diverso, quello che ambedue abbiamo auspicato alla nostra gente e a noi
Slobodanka Ciric










Le parole di Sinisa Mihajlovic
Alla vigilia del quarantesimo compleanno di Zlatan Ibrahimovic, Sinisa Mihajlovic gli ha fatto gli auguri dalle pagine della Gazzetta dello Sport. "La prima volta ci siamo presi a testate in campo: insulti e botte fino ad essere espulsi. L’ultima ci siamo ritrovati a cantare insieme, ma sarebbe meglio dire a stonare, sul palco di Sanremo distruggendo il brano “Io vagabondo”. Tra quel 20 aprile 2005 in cui ti venni a cercare nello spogliatoio per menarti senza trovarti, ma pensando 'questo ragazzo ha le palle', e il Festival dello scorso anno, quando mi hai voluto tuo ospite, sono passati 16 anni e tanta vita".
"Ci siamo dovuti prima scontrare per capire che eravamo fatti della stessa pasta: quella delle persone dure, sicure, ma sempre vere. Nel tempo ho scoperto che l’uomo Ibra vale quanto se non addirittura più del campione. E l’ho capito ancora una volta quando, durante la mia malattia, mi hai chiamato in ospedale e non riuscivi a parlare per la commozione, ma hai detto con un filo di voce: 'Sini, per te sono disposto a tutto, chiamami e gioco anche gratis...'. Sai quanto mi sarebbe piaciuto averti in squadra, ma era giusto però che tu tornassi al Milan per chiudere una carriera epica. Che non è ancora finita. So che regalerai ancora gol, prodezze e frasi a effetto, con la classe e la personalità che ti rende unico al mondo. Auguri amico mio carissimo: per i leoni come te, il tempo che passa non conta".











Ciao Sinisa, per sempre grande campione, dentro e fuori dal rettangolo di gioco!
Questa una sua intervista al Corriere del 2009:
Il tuo rapporto con gli americani?
«Non li sopporto. In Jugoslavia hanno lasciato solo morte e distruzione. Hanno bombardato il mio Paese, ci hanno ridotti a nulla. Dopo la Seconda Guerra Mondiale avevano aiutato a ricostruire l’Europa, a noi invece non è arrivato niente: prima hanno devastato e poi ci hanno abbandonati. Bambini e animali per anni sono nati con malformazioni genetiche, tutto per le bombe e l’uranio che ci hanno buttato addosso. Che devo pensare di loro?».
Hai nostalgia della Jugoslavia?
«Certo, di quella di Tito. Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani: solo il generale è riuscito a tenere tutti insieme. Ero piccolo quando c’era lui, ma una cosa ricordo: del blocco dei Paesi dell’Est la Jugoslavia era il migliore. I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Andavano a fare spese a Trieste delle volte. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo, insieme all’Italia che io amo e che oggi si sta rovinando».
Sei un nazionalista?
«Che vuol dire nazionalista? Di sicuro non sono un fascista come ha detto qualcuno per la faccenda di Arkan. Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti. Se nazionalista vuol dire patriota, se significa amare la mia terra e la mia nazione, beh sì lo sono».
È giusta l’indipendenza del Kosovo?
«Il Kosovo è Serbia. Punto. Non si possono cacciare i serbi da casa loro. No, l’indipendenza non è giusta per niente».
Dieci anni dopo la guerra cos’è la Serbia?
«Un paese scaraventato indietro di 50-100 anni. A Belgrado il centro è stato ricostruito, ma fuori c’è devastazione. E anche dentro le persone. Oggi educare un bambino è un’impresa impossibile».
Perché?
«Sotto Tito t’insegnavano a studiare, per migliorarti, magari per diventare un medico, un dottore e guadagnare bene per vivere bene, com’era giusto. Oggi lo sapete quanto prende un primario in Serbia? 300 euro al mese e non arriva a sfamare i suoi figli. I bimbi vedono che soldi, donne, benessere li hanno solo i mafiosi: è chiaro che il punto di riferimento diventa quello. C’è emergenza educativa in Serbia. L’educazione dobbiamo far rinascere”.




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