venerdì 28 gennaio 2022

La battaglia della Neretva



La battaglia della Neretva - scena ospedale

La battaglia della Neretva 1968, di di Veljko Bulajic


Per più di un anno Veliko Bulajic ha girato sulle montagne dell’Erzegovina, tra Dubrovnik e Sarajevo la più grossa produzione mai intrapresa in Jugoslavia. Per questo gigantesco sforzo si sono coalizzate sette case di produzione e altre ditte non cinematografiche si sono impegnate a cooperare finanziariamente a quello che viene considerato un vero e proprio affare nazionale, dato il tema del film.
Si tratta infatti della battaglia della Neretva (dicembre 1942 - marzo 1943) considerata dagli jugoslavi come la svolta decisiva della loro guerra partigiana. La sconfitta dei nazisti e dei loro alleati in questa lunga e terribile campagna segnò, in effetti, l’inizio della vittoria finale della Resistenza nazionale che doveva liberare il paese senza bisogno dell’aiuto sovietico. L’episodio centrale di questa battaglia è la vicenda del ponte sulla Neretva, fiume impetuoso che scroscia possente in profonde gole. I partigiani erano bloccati su una delle due sponde e la presenza di importanti forze tedesche impediva loro di raggiungere una regione montuosa già liberata. Tito ebbe l’idea di ricorrere a un trucco. Fece saltare il ponte che i suoi uomini avrebbero dovuto attraversare, facendo così credere al nemico di aver deciso di ritirarsi. Quando poi i tedeschi si furono ritirati fece attraversare di notte il fiume sulle rovine del ponte a tutta la sua colonna: combattenti, feriti, malati, civili in fuga. Perché - e questo è un altro aspetto significativo della battaglia - Tito aveva voluto portare in salvo migliaia di feriti gravi e di malati di tifo che rallentavano la sua marcia e mettevano in difficoltà i combattenti validi. Nonostante pesanti perdite e molte sofferenze, la maggior parte dei partigiani riuscì a fuggire all’annientamento, e i principi morali che guidavano la lotta di resistenza nazionale furono così salvaguardati.
Veliko Bulajic ha ricostruito questa pagina di storia con scrupolosa esattezza, girando sui luoghi stessi in cui si erano svolti i fatti, con la supervisione di ex comandanti partigiani. La distruzione del ponte sarà naturalmente uno dei clou del film: non sarà naturalmente quella del ponte vero (ricostruito) ma di un altro assai simile, aggiungendovi altri trucchi complementari realizzati su modellini negli studi di Barrandov presso Praga. L’esercito ha fornito quasi 5000 comparse e molto materiale, tutto d’epoca, tranne gli aerei. Molti civili sono stati reclutati sui luoghi della lavorazione. Sono state fatte solo due concessioni alle esigenze dello spettacolo per poter vedere il film all’estero: il colore (ma si sono utilizzati toni molto discreti e un po’ spenti) e la presenza di alcuni attori stranieri tra cui Sylva Koscina che è di origine jugoslava e che da bambina ha vissuto i duri anni dell’occupazione. Si è immedesimata nella sua parte di combattente della Resistenza, nel corso di tre mesi di lavorazione svoltasi in condizioni spesso difficili per la neve e il freddo. Bulajic ha dichiarato di non aver voluto fare un film eroico o pomposo, ma soltanto di aver voluto esaltare i valori morali che animavano la Resistenza nel quadro di una ricostruzione rigorosamente documentaria, evitando la fotografia troppo ricercata e qualsiasi trucco, a favore della massima spontaneità e autenticità. Il regista ha saputo integrare perfettamente i suoi attori stranieri nel contesto nazionale e ottenere effetti spettacolari senza pezzi di bravura forzati, ma molto convincenti.
Marcel Martin, "Cinéma ’69", n. 136, maggio 1969.


28 anni dalla morte dei tre giornalisti Rai a Mostar

Oggi sono 28 anni dalla morte dei tre giornalisti Rai a Mostar . Sono stati uccisi da una granata ustascia 



 Da cittadino italiano con origini di Mostar, ci tengo a raccontarvi una piccola curiosità riguardo alla targa presente a Mostar.

Notate quello spazio "cancellato" nella parte superiore, cioè quella scritta in serbo-croato?
I cittadini di Mostar hanno ritenuto opportuno cancellare la parola "fratricida" lasciando intendere che non si è trattata di una guerra etnico-religiosa "tra fratelli" ma di una aggressione organizzata a tavolino e con precisi obiettivi di natura geopolitica, in cui l'aggressore aveva una sola caratteristica: chiunque fomentasse il nazionalismo.
In Bosnia, In quegli anni, chiunque avesse "fratelli" pensava ad aiutarli e a metterne in salvo il più possibile, qualsiasi fosse la loro origine etnico-religiosa (i miei genitori, ad esempio, sono stati allo stesso tempo deportati e salvati dai croati).
Detto questo, mi unisco al dolore di amici e parenti dei tre giornalisti, morti per raccontare all'occidente una verità scomoda.
Dino K. 




10 agosto 1995 – Ucciso dai croati il giornalista della BBC John Scoefield, mentre con tre colleghi riprendeva un villaggio in fiamme tra Karlovac e Bihać; la scusa è aver scambiato la telecamera per un’arma. La Krajina è sigillata ai giornalisti stranieri, facilitando le efferatezze.
Un ufficiale della Difesa territoriale serba dichiara a Paolo Rumiz de Il Piccolo di Trieste che la gente serba ha iniziato a fuggire immediatamente con l’inizio dell’Operazione Oluja. Bruno Maran



IL LAGER USTASCIA DI JASENOVAC (JEAN TOSCHI MARAZZANI VISCONTI)




 Jean è la persona più meravigliosa dell'universo 

IL LAGER USTASCIA DI JASENOVAC (JEAN TOSCHI MARAZZANI VISCONTI)














Dusan Vlahovic è a Torino




 Signori e signore,

è con grande sommo immenso piacere che vi comunico che Dusan è a Torino!!!

E' arrivato proprio nel giorno del suo compleanno 


Juve, Vlahovic ha firmato: sarà bianconero fino al 2026


giovedì 27 gennaio 2022

GIORNO DELLA MEMORIA 2022







Tra le tante pagine che ricordano questo triste giorno scegliamo quella di Pavlovic Dijana 

Nei lager nazisti furono sterminati 500mila Rom e Sinti. «Un genocidio come quello degli ebrei. Ma non viene ricordato, non se ne parla, non è nei libri di scuola», dice Dijana Pavlovic. «L'Italia lo inserisca nella legge sulla Giornata della memoria»

Non tutti hanno onorato i morti innocenti 










Dal 4 al 16 gennaio 2022, la pagina FB di Ripensare i Balcani pubblica innumerevoli post contro Djokovic attirando i peggiori haters del web, ma il 27 Gennaio non riesce a fare un post che sia uno per ricordare il giorno della memoria. Purtroppo non finisce qui poichè il gestore della pagina che non considera i milioni di morti anche nei campi di concentramento dei Balcani, trova il tempo per postare un incontro molto discutibile che non prende nemmeno un like, anzi riceve un emoij arrabbiato. Per fortuna arriva Rolando Dubini e commenta: "Giorno della memoria non pervenuto". Ringraziamo tutte le persone che non si sono scordate dei morti innocenti






Associare la foto degli Ekatarina velika a un criminale è davvero di pessimo gusto 







 P.S. Il giorno dopo la strigliata è arrivato il post sulla giornata della memoria . Coda di paglia ? 





Dalla pagina FB del circolo ARCI GONG di Gorizia . Gli insulti di un certo scrittore non li pubblichiamo perchè ci vergogniamo per lui pero' li possiamo far vedere a chi ce li chiede in privato 






Affidiamoci a presone meglio preparate :  Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - onlus


A proposito di gente preparata .. Gezim Q. ha spostato l'omicidio di Arkan in un bar di Belgrado!!!!!








Ah Maxi.. ti sbugiardano i musulmani onesti:   
Tokača sottolinea quanto sia importante che la società bosniaca si liberi dal mito della propria tragedia. "La Bosnia è stata vittima di un mito e di narrazioni mitiche. Se continuiamo a perpetuare il mito sulla nostra società, a giocare con i numeri delle vittime e a diffondere bugie, finiremo per riprodurre le dinamiche che sono sfociate nella guerra contro la Bosnia Erzegovina e contro la sua struttura sociale e culturale".
Atlante dei crimini di guerra. Pubblicato da Osservatorio Balcani il 3/6/2019







Se non conoscessi la storia odierei i serbi per cui quella che fa Michele Guerra che su FB si presenta con uno pseudonimo, è vera mala informazione. Per quanto riguarda i crimini esistono solo quelli serbi e quelli croati. I bosniaci son tutti santi. Per quanto riguarda Mihajlovic mente spudoratamente. Lo zio di Sinisa che è croato dalla sera alla mattina aveva deciso di uccidere il padre di Sinisa che era serbo, ma questo Max non lo dice .. anzi il povero Sinisa risulta solo amico di un criminale. Arkan aveva catturato lo zio di Sinisa e Sinisa è andato a prenderlo e l'ha salvato, ma Max evita accuratamente di raccontare le verità, quindi questo non lo cita. Per quanto riguarda la Gabanelli la dichiara bugiarda, ma si guarda bene di raccontare il filmato in cui lei intervista i croati che hanno ucciso i serbi. Nessun accenno alla morte di Moreno Locatelli, ne del primo serbo morto a Sarajevo, ne della Strage della Via Dobrovoljacka, ne dei tre attivisti italiani uccisi, ne dei neonati serbi morti perchè i musulmani impedivano l'arrivo dell'ossigeno mentre le loro armi circolavano tranquillamente, ne delle 3200 donne e bambini serbi uccisi dai musulmani nei villaggi attorno a Srebrenica .. e potremmo continuare. Non parliamo poi della diffamazione di Djokovic colpevole solo di essere andato al matrimonio di un amico e di aver incontrato un ex militare. Sembra che i bosniaci potevano salvare i propri civili mentre i serbi non potevano avere un esercito contro i tagliagole. Fikret Abdic' è stato un grande, poichè ha combattuto con le sue forze musulmane al fianco dell'armata jugoslava contro le forze secessioniste di Izetbegovic, ma per Michele o Max che sia è un criminale. 








A proposito del giorno delle memoria ...  








mercoledì 26 gennaio 2022

E DOPO LE AMEBE VENNERO I CROATI






Una volta falsificati, ovvero croatizzati, nome e cognome di uno scrittore, di un pittore, di un musicista che nacque o visse sul territorio che oggi fa parte della Croazia, la sua opera diventa automaticamente croata. 




 "CROATI PIGLIATUTTO"

Magistrale pezzo di Giacomo Scotti nella "Voce del popolo"
"E dopo le amebe vennero i Croati...
Marko Polić-Pol "
"Potrei firmare anche virgole e punti del testo pubblicato da Gian Antonio Stella sul “Corsera” di Milano e riportato integralmente da “La Voce del Popolo” l’indomani (23 aprile), ma poiché sull’argomento dell’appropriazione indebita di grandi personaggi della letteratura, della cultura e della storia italiana ho scritto a più riprese, arrabbiandomi forte, negli ultimi cinquant’anni, proverò a fare una cernita e una sintesi su questo brutto vezzo degli storici e politici croati – e fossero soltanto loro! – che non hanno risparmiato nessuno dei tanti grandi italiani “colpevoli” di essere nati o semplicemente di essere passati nelle e per le terre della Dalmazia, del Quarnero e dell’Istria oggi incluse nella Croazia. Per questi signori quegli italiani, per lo più sudditi della Serenissima repubblica di Venezia, furono e restano croati.
Negli ultimi venti anni si è giunti a croatizzare il veneziano e italiano Marco Polo. Già Franjo Tuđman lo fece, ora c’è caduto Stjepan Mesić, anche lui per un viaggio in Cina. Nel periodo immediatamente successivo alla secessione della Croazia dalla Jugoslavia ed alla conquista dell’indipendenza, all’inizio degli anni Novanta del secolo appena tramontato, nel contesto di un nazionalismo esasperato dalla guerra e dai rancori prolungatisi nel dopoguerra, Tuđman e i suoi se la presero anche con l’Italia e si appropriarono di numerosi scrittori, architetti, scultori ed altri artisti italo-veneti, dichiarandoli croati.
Il filosofo chersino Francesco Patrizi divenne Franjo e Frane Petrić ed ancora oggi, nei convegni annuali a lui dedicati a Cherso, è sempre e soltanto croato, viene chiamato sempre come lui non si firmò mai. Gli studiosi croati della sua opera sono però costretti a tradurre i suoi libri dal latino e dall’italiano.
Poi si è arrivati al celeberrimo Marco Polo. Recandosi in Cina, il “Supremo” si vantò davanti al Congresso del Popolo di aver seguito le orme del suo “connazionale”, ordinando ai suoi di scriverne il nome con la kappa: Marko. Cominciò da allora a correre sulla linea ferroviaria Zagabria-Venezia il treno Marko Polo (e l’Italia non protestò) e prese a navigare, come tuttora naviga, la nave passeggeri Marko Polo con la kappa. Dunque, a dire di Tuđman e di altri “storici” croati il veneziano sarebbe nato a Curzola (dove una leggenda parla di una “casa di Marco Polo”) e sarebbe stato di nazionalità croata. Oddìo, c’è pure qualche altro che lo vuole nato a Sebenico, ma lasciamo stare. Certo, in Dalmazia, ancora oggi, gente col cognome Polo, De Poli e simili ce n’è tanta, ma è pur vero che Venezia fu la signora della Dalmazia e di gran parte dell’Istria per quattrocento anni e ci furono giudici, capitani, podestà, rettori e conti veneziani mandati sull’Adriatico orientale che si chiamavano Polo e lasciarono in queste terre qualche rampollo, come l’hanno lasciato i Tiepolo (vedi a Pago i Chiepolo) i Cambi a Spalato, i Fiamengo a Lissa eccetera, eccetera.
Come se non bastasse, Tuđman volle mettere le mani anche su Ruggero Giuseppe Boscovich, raguseo, figlio di padre erzegovese e di madre oriunda bergamasca – Bettera – lo scienziato gesuita vissuto in Italia fin dai tredici anni di età. Scrisse le sue opere soltanto in italiano e in francese, personalmente polemizzò con chi voleva cambiargli nome e cognome, ma ciononostante Tuđman voleva che il monumento dello scienziato a Milano lo indicasse con nome e cognome scritti con la grafia croata: Rudjer Bošković. Il governo italiano quella volta disse di no e la visita ufficiale del “Vrhovnik” in Italia sfumò. Mise piede in Italia soltanto per visitare a Roma la mostra dell’arte rinascimentale croata, quasi esclusivamente dalmata e quasi esclusivamente fatta di opere di scultori e architetti italiani del Rinascimento. Purtroppo ad ospitare quella mostra fu la Città del Vaticano e Tuđman mise piede in Italia soltanto per andare in quel minuscolo anche se potentissimo Stato.



Ragusa distava 400 km dal Regno di Croazia
 



In alcune guide della Croazia e in tutti i libri di testo in materia di commercio nelle scuole superiori croate si legge che l’inventore della “partita doppia” fu un croato, e si fa il nome di Benko Kotruljić alias Kotruljević, raguseo.
Ebbene quell’uomo era Benedetto Cotrugli, figlio di un mercante pugliese stabilitosi a Ragusa, autore - Benedetto non suo padre – del famoso libro “Della mercatura e del mercante perfetto” pubblicato a Venezia nella prima metà del XV secolo. Oltretutto, il Cotrugli visse per lo più in Italia e si spense a Napoli.
Uno “storico” di musica zagabrese con il quale polemizzai negli anni Settanta, scrisse – e nella storia della musica croata si ripete quanto lui scrisse allora sul “Borba” – che il compositore istriano del XV secolo Andrea da Montona il Vecchio, tra l’altro inventore della stampa delle note musicali, era croato. Perciò gli cambiò i connotati chiamandolo Andrija Motuvljanin-Starić. Anche il montonese, tanto per cambiare, visse fin da ragazzo a Venezia e scrisse unicamente in italiano i versi dei suoi pezzi musicali.
Quando il papa Giovanni Paolo II arrivò a Fiume (e molti giornalisti italiani scrissero Rijeka, alla radiotelevisione pronunciato “rigieca”), la Curia zagabrese inviò a tutti i giornali (compresa “La Voce del Popolo”) un inserto a pagamento di una decina di pagine sui “santi croati”. Ne trovai alcuni – per lo più “beati” - vittime delle persecuzioni anticristiane degli imperatori romani: santi polesani, istriani. Non mi risulta che all’epoca romana ci fossero croati e slavi in genere in Istria e Dalmazia.
A Fiume, un modesto autore di saggi su argomenti più disparati relativi alla cultura, all’arte, alla museologia, alla storia e agli eventi politici del capoluogo del Quarnero, per dimostrare che tutto qui fu in passato e resta oggi croato, se la prese con alcuni nostri scrittori, facendo i nomi di Ezio Mestrovich e Nirvana Ferletta, scrivendoli alla croata: Meštrović e Frleta- Volle “dimostrare” che i “cosiddetti” italiani fiumani, e non solo loro, erano dei croati voltagabbana, quasi quasi dei traditori.
Che ne direbbe se io gli mettessi sotto gli occhi e il naso cognomi italiani di personaggi croatissimi come il leader del Partito nazionale croato della seconda metà dell’Ottocento, Juraj Bianchini, oppure il grande poeta croato dello scorso secolo, Gvido Tartaglia, il grande attore zagabrese del Novecento, Tito Strozzi, o l’attuale ambasciatore croato in Argentina Castelli, il notissimo studioso d’arte in Dalmazia, Nenad Cambi, il poeta Jakša Fiamengo, il compositore Mario Nardelli, l’architetto Bernardo Bernardi, il capo dell’Istituto di Epidemiologia della Croazia, dott. prof. Dinko Rafanelli, il cantante del gruppo “Trubaduri”, Luciano Capurso, il presidente del Sindacato dei marittimi della Croazia, Predrag Brazzoduro, la giornalista Sanja Corazza, il pittore Josip Botteri Dini, il giornalista e leader degli studenti croati, Vojislav Mazzocco? Potrei continuare fino a domani.
Ho scritto altre volte e lo ripeto qui: la Croazia ha grandi croati, uomini e donne, di cui vantarsi, che meritano di essere celebrati in tutti i campi, compresa l’arte e la letteratura; non ha perciò bisogno di rubarli ad altri popoli. Temo però che i ciechi nazionalisti non cesseranno mai di rubacchiare per ornarsi delle penne altrui."
fIrmato: Giacomo Scotti
(da.linkiesta.it del /2011/05/01)














Marco Tarquinio, lunedì 21 marzo 2016, rispondendo alle giustissime rimostranze di Antonio Ballarin. Si vede che questi signori finchè non prendono una denuncia non capiscono. - Posso parlare solo per me e per i miei colleghi, caro dottor Ballarin, ma di un dovere che non è solo mio e nostro: gli errori, quando ci sono, vanno sempre corretti. Affermare quel che è stato affermato in quel dispaccio di agenzia sull’italiano Ruggero Boscovich «croato» è stato un errore serio e grave. Che getta sale su una ferita che bisognerebbe invece curare e chiudere. E la verità è la prima medicina.



Siamo grati al Direttore di «Avvenire» per avere colto e approfondito le precisazioni che la Federazione degli esuli giuliani, istriani, fiumani e dalmati – tramite il suo presidente, Antonio Ballarin – ha espresso circa l’inaugurazione del milanese monumento a Ruggiero Boscovich, esaltato come scienziato croato da parte delle fonti giornalistiche che hanno recepito in modo acritico il comunicato ufficiale dell’iniziativa. Non è questo che l’ultimo tentativo di piegare la storia al nazionalismo.




martedì 25 gennaio 2022

„Stvaranje Jugoslavije – najveća srpska zabluda“




Riassumendo i punti che tratta il seguente video. L’idea di una Jugoslavia è nata a Zagabria e prima della riforma di Vuk Karadžić i croati non avevano una propria lingua letteraria; se non era per l’esercito serbo sia la Slovenia che la Croazia non esisterebbero. I Serbi per creare lo stato jugoslavo hanno perso più di un milione di vite e la Serbia è entrata nella Jugoslavia comprendendo Macedonia, Vojvodina, Kosovo e Montenegro, invece sloveni e croati sono entrati con lo stato di sloveni croati e serbi che nessuno al mondo riconosceva. Poi va a spiegare tutti i punti sopra, entrando nel dettaglio.

Goran Šarić - „Stvaranje Jugoslavije – najveća srpska zabluda“







lunedì 24 gennaio 2022

I CROATI VOGLIONO CONTINUARE I FURTI




Dopo averci rubato scrittori, pittori, musicisti, scienziati, Ivo Andric e Nikola Tesla stanno cercando di rubare Novak Djokovic 

NA ČEMU SU OVI?! HRVATI ZAKONOM OTIMAJU NOVAKA!










domenica 23 gennaio 2022

L' UNITA' BOSNIACA

 



Diverse organizzazioni triestine sono scese in piazza in difesa dell'unità statuale della Bosnia Erzegovina, "minacciata" dalle intenzioni dei serbi di volersi staccare rendendo indipendente il territorio della Repubblica Srpska.

Questo desiderio di unitarietà del governo di Sarajevo, i cui rappresentanti hanno scatenato una guerra, negli anni '90, per staccarsi da quella Jugoslavia in cui i popoli avevano pari diritti e pari dignità, ci fa un po' specie.
E non comprendiamo il motivo per cui oggi tante organizzazioni della "società civile" debbano esprimere questa solidarietà al governo bosniaco (che certo non brilla per il rispetto dei diritti umani, basti vedere cosa accade lungo la "rotta balcanica") di fronte al discorso del leader dei serbi di Bosnia, Milorad Dodik relativamente al loro desiderio di indipendenza:
«Perché noi serbi non dovremmo avere un tale diritto? Tutti hanno potuto separarsi dai serbi dissolvendo la Jugoslavia, mentre i serbi non hanno il diritto di separarsi dai musulmani della Bosnia-Erzegovina».
Quando anni or sono il Kosovo volle staccarsi dalla Serbia, non vedemmo la società civile scendere in piazza contro questo ennesimo frazionamento dello stato già jugoslavo. Sembra effettivamente che per l'Occidente tutti i popoli dei Balcani abbiano il diritto all'autodeterminazione, tranne i Serbi.
E ciò, a prescindere dal fatto che noi condanniamo tutti i nazionalismi, non ci sembra equo.

9 gennaio 1992: in questo giorno a Sarajevo, l'Assemblea del popolo Serbo in Bosnia Erzegovina (Skupština Srpskog naroda u Bosni i Hercegovini) proclamò la Repubblica del popolo Serbo di Bosnia Erzegovina (Republika Srpskoga naroda Bosne i Hercegovine), dichiarandola parte della Jugoslavia. La Repubblica è stata proclamata sui territori delle regioni autonome serbe, comprese le aree in cui i serbi costituivano la maggioranza. Il nome Republika Srpska è stato adottato successivamente il 12 agosto 1992. La Republika Srpska è stata quindi costituita nel 1992 all'inizio della guerra bosniaca con l'intento dichiarato di salvaguardare la popolazione e gli interessi Serbi in Bosnia Erzegovina. La guerra vide un enorme afflusso di Serbi espulsi da Croazia e Bosnia Erzegovina nella neonata Republika Srpska. A seguito dell'accordo di Dayton del 1995, la Republika Srpska ha ottenuto anche il riconoscimento internazionale. La Inter-Entity Boundary Line (IEBL) segna la divisione della Republika Srpska con la Bosnia Erzegovina, e segue essenzialmente le linee del fronte alla fine della guerra bosniaca con alcuni aggiustamenti (soprattutto nella parte occidentale del paese e intorno a Sarajevo) come definito dall'accordo di Dayton. La lunghezza totale dell'IEBL è di circa 1.080 km.
La Republika Srpska è un governo in stile parlamentare con l'Assemblea Nazionale,che detiene il potere legislativo all'interno dell'entità. La Republika Srpska è relativamente centralizzata, anche se è divisa in 64 comuni chiamati Opštine. La legislatura detiene 83 seggi e la sessione attuale è la decima dalla sua fondazione.
Essendo oggi il 9 gennaio....Tantissimi Auguri Republika Srpska, lunga vita e buona fortuna !!!!

30 agosto 1995: alle 2:12 del mattino, iniziarono i bombardamenti NATO sulla Republika Srpska, che durò fino al 14 settembre, e in cui furono uccisi 153 civili Serbi innocenti.
L'aviazione della NATO ha sganciato un totale di 1.026 bombe sulle posizioni dell'Esercito della Republika Srpska, di cui 708 guidate, e il peso totale degli esplosivi sganciati fu di circa 10.000 tonnellate.
Durante questi bombardamenti, la NATO hanno utilizzato munizioni radioattive all'uranio impoverito in un'operazione chiamata "Deliberate Force", spiegando che "questo dovrebbe portare finalmente i Serbi in Bosnia Erzegovina al tavolo dei negoziati".
Il motivo dell'attacco della NATO fu l'esplosione al mercato Markale di Sarajevo il 28 agosto 1995, per la quale furono accusati i Serbi, sebbene il rapporto della commissione indipendente di quel periodo affermasse che "non ci sono prove chiare che le granate provenissero da posizioni serbe ", cosa che venne confermata personalmente a Yasushi Akashi, l'allora inviato del Segretario generale dell'Onu per i Balcani.
L'allora comandante dell'UNPROFOR, il generale Michael Rose, dichiarò dopo l'incidente a Markale che non era possibile determinare da dove fosse stata sparata la granata. Un colonnello russo, comandante del battaglione russo di mantenimento della pace a Sarajevo, Andrej Demurenko, che ha partecipato alle indagini, ha affermato che i Serbi "sono stati accusati ingiustamente solo perché la NATO avesse motivo di attaccare".
Il primo giorno del bombardamento di Pale, in uno scontro tra artiglieria serba e aerei della NATO, un aereo francese "Mirage 2000" è stato abbattuto da un "missile terra-aria" intorno alle 17:00. È caduto e i due piloti sono fuggiti catapultandosi.
Contemporaneamente alla "Deliberate Force", è stata lanciata anche l'azione della NATO "Dead Eye", il cui obiettivo era disabilitare il sistema di difesa antiaereo dell'Esercito della Republika Srpska. La campagna di bombardamenti della NATO è stata anche aiutata dall'Operazione Mistral 2, un'offensiva militare dell'esercito croato (HV), dell'Esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina (ARBiH) e del Consiglio di difesa croato (HVO) lanciato nella Bosnia occidentale.
Hanno preso parte al bombardamento della NATO:
Francia (284 voli)
Germania (59 voli)
Italia (35 voli)
Paesi Bassi (198 voli)
Spagna (12 voli)
Turchia (78 voli)
Regno Unito (326 voli)
Stati Uniti (2318 voli)

Continuano le folli esternazioni di Bakir Izetbegović
L' accordo di pace di Dayton per Bakir Izetbegović è solo carta straccia. Secondo il leader della SDA quanto concordato nel 1995 è roba vecchia il cui treno è passato da tempo. Il futuro, afferma, vede una Bosnia Erzegovina centralizzata, lontana dall'idea originale Dayton.
"L'originale Dayton invocato da Milorad Dodik non esiste. L' articolo 3 dell'allegato 4 afferma chiaramente nell'accordo di pace di Dayton che ulteriori modifiche all'accordo di pace di Dayton saranno apportate entro sei mesi, il che significherà rafforzare lo stato centrale della Bosnia Erzegovina", ha dichiarato Bakir Izetbegovic, presidente della SDA.
Bakir Izetbegović incolpa Milorad Dodik per la crisi più grande mai accaduta in Bosnia Erzegovina e che vorrebbe tornare all'accordo originale delle tre nazioni. La Bosnia Erzegovina che voglio è uno stato in cui i musulmani sono le persone dominanti che vogliono essere importanti, seguendo l'esempio dei croati e dei Serbi nei loro stati.

Izetbegović: Se vuoi la pace, devi essere pronto per la guerra
Il presidente della SDA Bakir Izetbegović ha affermato che "se le persone vogliono vivere, devono essere pronte a morire, se vogliono la pace, devono essere pronte per la guerra", e che, come dice, i patrioti bosniaci non hanno alternative.
"Penso e spero che non ci sarà la guerra, ma se ci fosse la guerra, dobbiamo essere pronti. Se vuoi vivere devi essere pronto a morire, se vuoi la pace devi essere pronto per la guerra. Penso che le persone siano pronte a tutto per non permettere che la Bosnia Erzegovina venga ulteriormente divisa. Se Tomasica, Srebrenica, Brcko non fossero più in Bosnia Erzegovina, ci sarebbe sicuramente un conflitto. I patrioti bosniaci non hanno alternative" ha detto Izetbegović per FTV.
D'altronde come si dice, tale padre tale figlio.




sabato 22 gennaio 2022

Eliza. Una storia macedone. Recensioni

 



A due anni dall'uscita del magnifico libro pubblichiamo le recensioni più belle 

Bellissima e avvincente storia. Un grande atto d'amore da parte di un figlio voler raccontare la vita avventurosa dei propri genitori, cercando di capire e svelare parte di quella vita rimasta quasi un mistero per troppo tempo.
Molte volte cercare le proprie radici ci fa comprendere molti aspetti di noi stessi
Anna Maria

"Eliza mi ha sussurrato il suo desiderio tutto l’inverno e insieme ai colori della copertina del suo libro, simbolo inequivocabile dell’identità di un popolo tanto forte quanto martoriato dalla storia, mi ha convinto a rileggere un’opera, quella di Umberto Li Gioi, che avevo già letto lo scorso anno, ma che mi aveva lasciato un senso di impotenza, di sorpresa, di dolore.
Di sgomento.
L’ho portato con me, per leggerlo durante le mie vacanze in camper, fra le valli e le vette di una verde e fresca Svizzera, nel nulla e nel tutto del silenzio rotto solo dall’aria frizzante che accompagnava i campanacci dei pascoli agli alpeggi, sinfonia e colonna sonora pura di una lettura che mi ha immerso in un mondo parallelo.
Pagina dopo pagina sono entrato -ora come lo scorso anno- a vivere dei momenti teneri, d’amore, ma anche di paura, di colpi di scena, di drammi assoluti, di sfregi senza senso, abbracciando un periodo storico veramente buio che sarebbe bello poter dimenticare, ma che deve essere monito per chi è dopo di noi, perché non si commettano più gli stessi errori. Disumani.
È stato bravo Umberto a catapultarmi in un racconto dove mi sono trovato a vivere accanto a personaggi che non sono frutto di fantasia ma di splendida e purtroppo cruda realtà.
Mi sono sentito anch’io un personaggio, trasparente, del libro.
Ho bevuto rakija nella kafana di Kicevo, mi sono fatto radere da “Ugo” nella sua bottega, mentre canticchiava per concentrarsi sul taglio delle basette, ho ascoltato le cicale che accompagnavano il meltemi di una Rodi martoriata da una guerra fratricida.
Ho passeggiato con Trajan Trajkoski tra le bancarelle dei mercati macedoni, osservando la generosità di un Sindaco amato e rispettato dalla sua gente.
Ho vagato fra le colline di una Macedonia dilaniata, facendomi ospitare da famiglie dal cuore d’oro, pronte a rischiare tutto pur di aiutare giovani disperati in fuga dagli orrori della guerra.
Ho mangiato a sazietà al matrimonio di Eliza e Luigi, con festa e danze senza fine, in un “felice intermezzo tra la guerra e il ritorno alla vita”.
Ho corso in bici, accompagnando la ciondolante andatura di Eliza, tra Premka e Kicevo, lungo la schiumosa Temnica.
Ero fra la calca di Premka, quando Eliza e Ljubo si sono rivisti fra le campane a festa e il non riuscire a comprendere del giovane Rino.
Ho tenuto compagnia a Ljubo, nelle calde notti estive, parlando alle fredde tombe del suo cimitero sovrastato da urla silenziose. E nel pesante fardello che si è portato dentro tutta la vita, ho giustificato il suo volere finale, confondendo vendetta e perdono.
E purtroppo ero sempre con Ljubo, in quella maledetta vigilia di Pasqua del 1944, quando Miljeva Atanaskova e la giovane Desa presero il calesse per andare a portare da mangiare ai rifugiati.
Ho pianto, ho pianto tanto, di emozione e di rabbia, perché il sapiente fluire del racconto di Umberto mi ha fatto “vivere” momenti tremendi, immedesimandomi nei personaggi e nella storia.
Una storia meravigliosa, raccontata con arte nobile, una sorta di Bolero di Claude Lelouche, regista che segue il racconto di più personaggi che alla fine si ritrovano nello stesso luogo, nello stesso istante.
Anche questa storia, così raccontata, meriterebbe il grande schermo.
I fatti raccontati da Rino, da Umberto, da Eliza, da Luigi, chiedono particolare attenzione, perché il concatenarsi degli eventi riesce a creare un capolavoro di dolore e sofferenza.
Di incredulità.
È nello stesso tempo un romanzo giallo, un testo storico, un racconto d’amore e lo stesso autore è stato bravo a creare un unico filo conduttore che è riuscito a portare il lettore a scoprire una delle verità che l’uomo tende a ricercare sempre nella vita, ma dalle quali spesso si fugge.
Consciamente o inconsapevolmente.
E anche qui, metafora del sapere, riscopriamo che “_esistono sempre due verità: quella che tu conosci e quella che tu non sai”.
Pietro

"Carissimo Umberto,
sono riuscito a leggere anche il terzo romanzo, ELIZA.
Premetto che anche stavolta mi è piaciuto. Adesso sono in grado di stilare un commento più preciso sull’evoluzione della tua produzione.
ELIZA si colloca senz’altro su un gradino superiore rispetto a KALEMEGDAN per quanto riguarda lo stile e la gestione dei dettagli e delle parti didascaliche, a cui ti avevo accennato nelle precedenti mail.
I dialoghi risultano più funzionali al contesto della narrazione. Tutto questo rende il linguaggio molto più spontaneo e meno ricercato, per cui la lettura si fa decisamente più fluida e piacevole.
I personaggi secondari cominciano ad assumere una fisionomia più rispondente alle esigenze di una narrazione.
Apprezzabile e riuscito il tentativo di scrivere un romanzo a due voci.
Il filo conduttore della narrazione è più evidente rispetto a KALEMEGDAN e accompagna il lettore fino alla fine. Un andamento molto cinematografico. Anche grazie alle tue descrizioni, che costituiscono uno dei punti di forza dell'approccio narrativo.
In particolare per la piacevolezza della scrittura e l’accuratezza della documentazione.
Il libro ha una fisionomia ben definita e riesce a tenere il lettore incollato dalla prima all’ultima pagina e, come tale, la coesione narrativa risulta l’elemento cruciale: un fattore ancora più determinante dell’intreccio di per sé, per quanto avvincente e ben scritto possa essere!"
Claudio

"Vivere significa risolvere i problemi che il caso ci pone innanzi. Raccogliere in un articolato racconto le vicissitudini che abbiamo affrontato ci può aiutare a scoprire magari il senso ....il filo che lega gli avvenimenti dell'esistenza. Ma ciò che più conta é il desiderio di condividere magari attraverso la lettura con il prossimo, in questo caso il lettore, che scorre le pagine della tua vita.....Scrivete ancora caro Rino e Umberto .
Claudio

"Difficilmente mi accosto a libri che ”narrano” delle due guerre mondiali. Ma leggere questo, per i riferimenti che vi ho trovato, mi è servito a squarciare un velo che non avevo il coraggio di scostare e a lenire una ferita mai rimarginata in me. E allora mi sono venuti alla mente tutti i ricordi di quell’uomo che non ha mai voluto scaricare, forse così pensava, i suoi brutti ricordi legati alla guerra: anche lui veniva da un paese della grecia salentina, anche lui bravo nel parlare il grico, partito come volontario , anche lui nelle stesse zone descritte nel libro, per finire, dopo l’armistizio, in un campo dì concentramento tedesco.
Nostalgia di un padre che non ho più e rimpianto per non avere avuto il coraggio di dirgli:” parlami di quegli anni, ti voglio ascoltare.. ora è tutto passato”. Alla fine ho parlato di me, ma
grazie per avermi dato questa opportunità .
Il vostro libro è un opera d'arte.
Lecce, agosto 2021. Maria Paola

"Ho letto il libro tutto d’un fiato.
Mi è piaciuto tantissimo.
Una storia vera. Ambientata nella Macedonia durante la seconda guerra mondiale e periodo appena seguente. La storia di una ragazza macedone e di un ragazzo italiano. Mentre ora possiamo dire che è quasi una prassi il matrimonio “misto” allora chissà quanti paradossi ....
Interessante anche il periodo storico che, sia nei ricordi sia nelle ricerche di Rino e dell’autore, coinvolge i lettori più appassionati. Tempo fa ho fatto un viaggio in treno da Trieste e Verona. Il vecchio Simplon Express che partiva da Belgrado. C’era un signore bresciano che tornava a casa dopo un incidente. Sul treno quasi tutte persone Macedoni e slave ... persone veramente squisite.
Ecco leggendo il libro mi sono ricordata anche di loro.
Consiglio a tutti di leggere questo meraviglioso libro"
Giuliana

"Una bella lettura, che ci trasporta dalla Puglia in Grecia ed infine in Macedonia, nel periodo della seconda guerra mondiale... un quaderno e vecchie foto del padre con la madre, un segreto inconfessabile, fungono da stimolo per Rino per fare un viaggio in Macedonia, per riscoprire proprie radici.
L'autore del libro ha completato la ricerca con un viaggio a Rodi, raccogliendo i ricordi di chi ha vissuto quel periodo di occupazione...
Personalmente mi è piaciuto molto, oltre ad avermi commossa ho scoperto tratti di storia che non conoscevo... più un sottile dolore e vergogna, in quanto italiana, nei confronti di questo popolo così accogliente e generoso
Paola T.

"Il bel libro "Eliza" una storia macedone, scritto da Umberto Li Gioi, ripercorre le vicende familiari e storiche dei genitori di Oronzo Operoso, che ne è la voce narrante.
Un amore tra due giovani sbocciato in tempi cupi, le tensioni etniche così vive ora come allora nei Balcani, la tragedia personale vissuta dalla giovane e bella Eliza, che non svelerà ad alcuno e che emergerà solo dopo la sua dipartita, sono gli ingredienti fondamentali di questo libro snello, dalla lettura scorrevole. La memoria familiare e storica di Oronzo Operoso ci fa capire come siano importanti le nostre radici e come il tener vivo il ricordo del passato e di coloro che ci hanno preceduto, getti le basi per la vita futura.
Tutto si tiene e tutto scorre."
Fabia

"È stato importantissimo, ed è fondamentale leggerlo tutto d'un fiato per non perdere i collegamenti, che, devo dire, sono magistralmente distanziati per poi apparirti improvvisamente. Si legge molto piacevolmente e con interesse nella parte descrittiva senza che si possa immaginarne l'epilogo.
Che impressione, perché credo che tutti, al posto di Eliza, avremmo voluto avere lo stesso coraggio. Intanto complimenti a chi ha avuto il coraggio di andare a scavare, e non credo affatto che sia stato facile, anzi. E complimenti anche per l’idea di tradurre il tutto in un libro. La parte iniziale nulla fa presagire del prosieguo. Un plauso a come la narrazione è stata concepita. È emozionante e toccante."
Massimo

"Scrivo alcune righe per raccontare le mie impressioni sul libro. Premetto che in grandi linee conoscevo la storia perché Rino me la raccontò qualche anno fa quando fui ospite a casa sua , insieme a mio figlio. Da allora me la sono tenuta dentro e non ho mai parlato con nessuno: mi sembrava che se avessi dovuto farlo, avrei scoperchiato un segreto tenuto tale per decenni. Non mi sembrava il caso di svelare a nessuno una cosa così intima, dolorosa , profonda.
Nonostante ciò sono rimasta stupefatta dal coraggio e senso di giustizia di sua madre Eliza. La sua amicizia con Ljubo ha creato in me un'ammirazione maggiore .Si sa che dalle nostre parti oltre la famiglia anche l'amicizia è sacra.
Anche se ho problemi di concentrazione ho letto il libro in pochi giorni aspettando con tanta ansia quel "fatto" che ha sconvolto la vita di tutta la famiglia, soprattutto quella di Eliza. Quando sono arrivata al punto, ho pianto, pianto tanto. E nello stesso tempo ho sentito l'orgoglio, orgoglio di essere amica , anzi "sestra" di una persona come Rino che sembra un uomo schivo, riservato, un po' nel suo mondo, quasi distaccato. Ma quando lo conosci ti rendi conto che in lui c'è il grande cuore di Eliza e del suo buon padre Luigi. Un cuore che porta il peso enorme di una famiglia per bene, rispettabile, che ha vissuto una grande tragedia che li ha cambiati per sempre."
Alessandra




Jov

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